Il diario delle violette. Piccolo racconto di fine Ottocento

di Pierpaolo Franzoni

La notte, finché il sonno non se la portava via, Luigia si rigirava nel letto pensando ai suoi cari, alla sua casa, alla sua cameretta, ai canarini; alla mamma non osava pensare ché altrimenti il pianto diventava irrefrenabile e c’era il rischio di venire anche sgridate dalla suora che dormiva nella camerata dietro a una specie di baldacchino di stoffa, al riparo dagli occhi delle ragazze.
Luigia crebbe con il solo conforto delle visite del padre e della sorella, visite che erano concesse una sola volta al mese. Una vecchia foto la ritrae all’età di quindici anni. Nella foto è seduta su una sedia dallo schienale vagamente gotico, per sfondo un paesaggio dipinto sul cartone, come usava allora per dare l’illusione degli spazi aperti. Appare stretta in un abito di rigatino semilucido, di colore bruno, che il colletto bianco ravviva un poco. Tiene le mani appoggiate una sull’altra, in grembo, la testa un po' piegata da un lato. Il volto è grande, allungato, gli occhi ben disegnati, scuri e profondi. La bocca è serrata e severa, l’espressione quasi rimproverante chi la sta ritraendo, come se si fosse sottoposta a quello scatto suo malgrado. Quello che colpisce è la capigliatura: foltissima, castana, una grande treccia scura che le circonda il capo e l'altra che le scende sulle spalle. L’espressione è quella di una fanciulla scontrosa e infelice, sull’orlo del pianto: sembra di vederle il mento tremare e gli occhi sono innaturalmente lucidi.
Comunque Luigia si adattò a quella vita monastica e crebbe, se non bellissima, graziosa e proporzionata. Diventò bravissima nel ricamo. Era una ragazza di poche parole, ma generosa, specialmente con le bambine più piccole che aiutava, difendeva e incoraggiava se sbagliavano, spesso coprendo i loro piccoli errori perché le maestre non le sgridassero. Era diventata così brava che volentieri le suore le affidavano l’ideazione e la realizzazione dei corredi in totale autonomia.

Spesso toccava a lei parlare con le signorine che venivano ad ordinarli con le madri. E tante erano capricciose e si fissavano su un certo ricamo e battevano i bei piedini calzati nelle scarpette di vitello, tutte prese dal loro matrimonio, come se fosse l’unico e il più importante del mondo.
E Luigia nascondeva le sue, di scarpe, che non erano di certo tanto eleganti, sotto il lungo vestito, e si drizzava sulla persona con la fierezza che la caratterizzava, tenendo testa a quelle ragazze spesso viziate e alle loro madri, perché aveva un gusto innato nello scegliere tessuti e ricami affinché il corredo risultasse armonioso, come un’opera unica. E ogni volta che un corredo usciva dal laboratorio, era un poco della sua vita e della vita delle sue compagne che se ne andava.
Quando Luigia compì diciassette anni, la madre superiora la chiamò e le propose un matrimonio conveniente. Molti giovani infatti si rivolgevano a quell’istituzione per trovare moglie: essere stata educata nel Conservatorio era una garanzia di moralità irreprensibile e di buona educazione. In genere le ragazze accettavano di conoscere i giovani nel grande parlatorio, sotto l’occhio vigile delle educatrici, ma Luigia rifiutò seccamente e non ci fu verso di convincerla. Uscì e quel portone si chiuse alle sue spalle per sempre.
Luigia non era più abituata alla gente: le carrozze con i cavalli la spaventavano, il popolo vociante dei mercati la stordiva, solo i bambini che giocavano nella strada le piacevano ma avevano soggezione di lei ed era lei stessa troppo timida per avvicinarli. Ritrovò la sorella, la grande cucina della casa, la cameretta con il letto ancora intatto, come se lo avesse lasciato il giorno prima. Ritrovò le fotografie, i libri, i quadri e i ricordi. Ma quella lunga separazione dagli affetti familiari l’aveva profondamente segnata. Andava a messa con la sorella e poi si chiudeva con lei in casa a fare l’unica cosa che sapeva fare bene: ricamare.
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Ottobre-Dicembre 2006 (Numero 5)

Circolo Artistico Bologna. Ritratti degli artisti più noti

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