E ricamò tutta la vita i corredi che rallegrarono altri matrimoni: gli asciugamani che asciugarono i volti ridenti degli sposi, i corredini che avvolsero teneramente bambini non suoi.
Per sé, nulla. Il suo modesto corredo riposò tutta la vita nel baule ai piedi del letto. Non si sposò e la sorella nemmeno
Perché – dicevano –
siamo noi due la nostra famiglia e se ci separassimo ancora soffriremmo troppo.

C'è una fotografia che le ritrae insieme, attorno ad un tavolo rotondo, nella sala della loro casa. Sono donne mature, le camicette bianche e i capelli gonfi pettinati alti sul capo, secondo la moda di allora. Ricamano, ma mentre Elisa ha gli occhi fissi sul suo lavoro, Luigia guarda l’obiettivo, tiene l’ago sollevato, il filo tirato. Sembra sospesa in quell’attimo.
Nel diario di Luigia un’amica aveva scritto:
Cara signorina, le auguro una felicità senza fine.
E un’altra:
La fanciulla modesta è una viola che si nasconde fra l’erba e non si manifesta che per il suo profumo.
La felicità di Luigia fu la quieta luce della lampada sul tavolo, il poter vivere nascosta senza troppo soffrire.
I voti delle sue amiche, che la lasciavano andandosene per sempre dal Conservatorio, in qualche modo furono esauditi.
Nel 1980 fu allestita una mostra negli spazi dell’ex convento del Baraccano, a ricordo della pia istituzione e di tutte le fanciulle e delle educatrici che vi dimorarono. Vedemmo per la prima volta i luoghi dove Luigia visse nove lunghi anni: il dormitorio, il refettorio, le sale da lavoro, i tavoli, i lumi. Ci intenerirono gli
imparaticci esposti delle bambine più piccole, quei pezzi di tela in cui si provavano i punti e i ricami prima di affrontare i lavori veri e propri. Sostammo a lungo davanti alla lunga galleria di foto delle convittrici.
Cercammo Maria Luigia fra i ritratti e la trovammo, come se ci aspettasse, in quella stessa fotografia dove severa guarda l’obiettivo, e sembra sull’orlo del pianto.