Anche dopo il matrimonio, la contessa Tattini continuò ad occuparsi con grande impegno dei fatti sociali e dei nuovi fermenti liberali e risorgimentali, propugnati dai molti personaggi celebri che frequentavano la sua casa, tra i quali vi furono l’amico Minghetti, l’eroe Garibaldi - pur accolto con prudente diffidenza - e corrispose epistolarmente con le figure più insigni, come Cavour e D’Azeglio. Nei giorni dell’azione Carolina si infuoca di propositi patriottici e scrive:
…Sono indignata, arrabbiata che si sia presi i tedeschi senza neppure fare una dimostrazione o una protesta più che parole. Domenica mi sentivo un’altra donna, ero piena di coraggio, di risoluzione e contenta che Bologna si mostrasse volonterosa di salvarsi l’onore. Un episodio che esprime la sua passione alla causa nazionale è quello in cui soccorre un ufficiale austriaco colpito davanti al suo palazzo, gli allestisce delle stanze al piano terreno finché non si rimette, e volendo egli ripresentarsi per esprimere la sua riconoscenza, riceverà un rifiuto ad essere ricevuto; lei dirà che come donna e come cristiana lo deve curare, ma come italiana non permetterà mai ad un ufficiale nemico di mettere piede nella sua casa.
La sua figura è ormai di donna impegnata nelle attività sociali e benefiche: con altre signore promuove nel 1856 un grande concerto a favore dei bambini orfani del colera, e vi partecipa anche in prima persona cantando; è pur sempre imparentata con i Bonaparte e il suo prestigio viene considerato dalle autorità cittadine quando si tratta di ricevere autorità e principi o di animare la mondanità politica e culturale come ospite e padrona di casa per cene eleganti e feste dell’aristocrazia borghese di Bologna. Memore sempre della sua passione civile fonda anche la Società operaia femminile. Delle vicende dello sfortunato Re di Napoli, della figlia e della coraggiosa nipote, a Bologna rimane anche un ricordo ben visibile, ma forse dai più ignorato.
La Certosa Monumentale di Bologna, fra le più belle d’Europa, nata nel 1801, in anticipo rispetto all’editto di Saint-Cloud (1804), è ora al centro di un progetto di recupero, conservazione e ridestinazione, anche a scopo culturale. Naturalmente la parte ottocentesca è la più importante e di grande interesse storico e artistico. In una di queste sale, l’abside del Colombario, si trova dal 1864 una tomba particolare: una bella statua del generale Murat che, con atteggiamento fiero, appoggia un piede ad un affusto di cannone. Ha l’aspetto di chi ha appena vinto una battaglia, ed è opera di Vincenzo Vela. Sotto il monumento le scritte e un bassorilievo rotondo con un volto femminile indicano che in realtà vi è sepolta Letizia, la figlia, che sposerà Guido Taddeo Pepoli e sarà la madre di Carolina, e non il comandante napoleonico, che le testimonianze e i documenti dell’epoca indicano come disperso in una fossa comune a Pizzo Calabro.
La vicenda è ammantata di leggenda e mistero, tuttavia quest’opera sta a testimoniare la devozione e la speranza che Carolina aveva di poter dare un giorno una sistemazione al nonno che fosse degna della sua fama.
Immagine nella pagina:
Ritratto di Letizia Murat con il busto del padre, Benjamin Rolland, Olio su tela, Caserta, Palazzo Reale.