Il salotto di Nonna SperanzaLa cucina della nonna

di Marinette Pendola

Chardin (particolare). (Miniatura 219x133 px)Forse allora ci riferiamo a cibi fatti in casa come i tortellini o le lasagne, le minestre di ceci o di fagioli. Come scrive Stefano Scansani nel suo libro Il mangiare cattivo: Il mito del tortello di zucca valeva la vigilia e quello dell’agnolino valeva il Natale, quando valeva. Per il resto dell’anno la ganascia e lo stomaco conoscevano una interminata quaresima.

La vera cucina della nonna, quel mangiare cattivo, come lo chiama Scansani, era fatta di poco: polenta scondita, minestre preparate con acqua non potabile in cui cuocevano radici, senza nessun tipo di condimento, spesso nemmeno il sale, erbe selvatiche altrettanto scondite e spesso amare, qualche lumaca arrostita su un fuoco di legna, pane scadente per accompagnare, a volte, una mela o una pera rubata nel frutteto del padrone, ma più spesso mangiato senza companatico (il pane e coltello del contadino siciliano).

La cucina regional-popolare che conosciamo e che romanticamente definiamo cucina della nonna è, di fatto, una cucina borghese, così come l’ha codificata Artusi, e così come le donne – ovvero le nonne degli attuali quarantenni – l’hanno elaborata nelle loro cucine a partire dagli anni Sessanta del Novecento quando finalmente nei ceti popolari scompare la penuria alimentare.

E, per riprendere le parole di Scansani a mo’ di conclusione, il mangiare cattivo oggi è andato in dispersione. Apparteneva alla parte terminale dell’imbuto sociale. È morto con i tabarri, gli zoccoli, la pellagra, le lucerne a petrolio e la mungitura manuale. S’è trattato d’un decesso salutare. Morte naturale, simultanea al benedetto trapasso dell’economia chiusa pre-industriale.


Immagine nella pagina:
G. Ceruti, Natura morta con salame, XVIII sec.
Fine.
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Maggio 2017 (Numero 27)

Vignetta tratta dal giornale satirico La Rana, n. 19

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