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Gli eroi son tutti giovani e belli

Gli amori del "mito" Garibaldi

di Pierpaolo Franzoni

Tuttavia incontrò donne sempre generose: Maria Espérance, anche dopo la fine del loro rapporto, continuò a educarne la figlia Anita, togliendola alla solitudine e all’asprezza dell’isola toscana.

Un’altra penna femminile avrebbe scritto le sue gesta, quella di Jessie White, giovane giornalista inglese, spirito fervente di mazziniana e sua amica personale, che apparteneva a un mondo disinibito, ed era quel tipo di donna spregiudicata che affascinava l’uomo di mezza età. Ed è Jessie che riuscì subito dopo la morte del condottiero a pubblicarne l’odissea.
Ma in realtà quanti anni aveva nel cuore quel cinquantenne, invaghito della giovinetta Giuseppina Raimondi, che tenne come sposa solo poche ore, sentendosi raggirato quando apprese che era incinta di un giovane ufficiale del suo esercito? Anche se la giovane contessa Giuseppina s’era convinta sinceramente di potere essere la sposa del grande uomo, venne però da lui ripudiata subito dopo la cerimonia, come durante un melodramma verdiano, sconfessata da una lettera traditrice.
Fu il primo amore però, quello per Anita, che diede l’impronta all’eroe e lo consacrò nella leggenda.
Aña Maria de Jesus Ribeiro, Anita, nata a Morrinhos, la creola brasiliana, l’altra vera eroina: infatti è lei che riposa a Roma al Gianicolo, mentre lui è sepolto nell’isola.

Lei, giovanissima, sempre al suo fianco, dalle prime battaglie rivoluzionarie riograndesi alla costruzione della famiglia a Montevideo, dall’arrivo festoso a Nizza alle gloriose giornate della difesa della Repubblica Romana. L’iconografia romantica risorgimentale la dipinge mora, fiera e bella, cavalcante a fianco del suo uomo, e in fondo le rende merito nella sostanza tanto quanto forse è di fantasia l’immagine che di lei si rappresenta.
È il sacrificio assoluto al suo Giuseppe, più forse ancora che alla causa dell’Italia unita, che la finisce a 28 anni, nella pineta di Ravenna, come una cerva braccata dai cacciatori in un agosto terribile.
È alla fine della vita, ormai stanco e malato, che Garibaldi trova l’approdo tranquillo con Francesca a Caprera. Francesca Armosino, donna del popolo, che lo accudisce e custodisce, in un ritorno alle sue origini semplici, fuori dal clamore della storia, storia che ritornerà, inevitabile, ogni volta che si combatterà per un ideale, ogni volta che la storia crea un eroe.

Il 2 giugno 1882 Garibaldi terminava la sua vita terrena.
Ne iniziava così un’altra: quella dell’icona, del santo laico, delle agiografie per la divulgazione popolare, fino all’uso strumentale da parte di ogni sponda politica.
Garibaldi ci porta alla memoria un altro destino, a proposito della costruzione di una leggenda, questa volta mercificata nel nostro secolo fino a divenire un logo; quello di un altro mito sudamericano che nello stesso mese di giugno, il 14, quasi cinquant’anni dopo, nasceva a Rosario in Argentina. Era Ernesto Guevara de la Serna, detto il Che.
Quindi è vero, gli eroi son tutti giovani e belli, dice una canzone di Guccini, e un fil rouge forse, li lega.


Immagine nella pagina:
Giuseppe Ugolini, Giuseppe Garibaldi, XIX sec., Musei civici di Reggio Emilia

Fine.
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