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Giuseppe Garibaldi

Il ritorno in Italia

di Andrea Trentini

Tratto da G. Garibaldi, Memorie autobiografiche, 1888

Si scopron le tombe, si levano i morti
i martiri nostri son tutti risorti...

Così, più o meno, recita l’inno di Garibaldi, l’eroe le cui gesta riempiono gli organi d’informazione in quest’anno di ricorrenza. Ci esaltano i suoi atti di eroismo, le sue vittorie e i suoi ideali di libertà. Ci commuovono le sue disfatte rovinose e la perdita in circostanze drammatiche della sua Anita. Circostanze estreme che colpiscono anche l’immaginario dei meno romantici.
07_garibaldi02Io che con gli anni ho imparato ad apprezzare il dietro le quinte che sostengono e preparano i grandi eventi, vi propongo parte della cronaca del suo rientro in patria dopo gli anni burrascosi trascorsi in esilio in America Latina. Abituati come siamo a cogliere in Garibaldi prevalentemente il dinamismo delle sue gesta, raramente ci soffermiamo su quelle zone d’ombre rappresentate dai momenti di attesa, come questo viaggio di ritorno verso l’Italia nel 1848. Due mesi di navigazione che costituiscono una pausa fra due grandi epopee, una sorta di ozio forzato trascorso a progettare grandi imprese. Insomma un periodo di quiete dove l’inazione lascia il posto ai sentimenti.

"Il 15 aprile 1848 fu la partenza. Usciti dal porto di Montevideo con favorevole brezza, abbenché minaccioso il tempo, eravamo verso sera tra la costa di Maldonado e l’isola di Lobos. Alla mattina del seguente giorno appena le sommità della Sierra de las Animas si distinguevano, poi si sommersero e soli gli spazi dell’Atlantico si offrivano alla vista nostra, e davanti a noi la più bella, la più sublime delle aspirazioni: la liberazione della patria.

Sessantatré tutti giovani, tutti fatti ai campi di battaglia. Due malati: Anzani, affralita oltremodo la salute nelle sante crociate della causa dei popoli, languiva sotto il peso di dolorosa consunzione. Sacchi, gravemente ferito nel ginocchio, aveva una gamba da spaventare, ma la fede e le cure fraterne valsero a depositarlo non sano ma salvo sul lido italiano. Anzani non doveva trovare in Italia che una sepoltura, accanto a quella dei suoi parenti.

Fu il nostro viaggio felicissimo e breve. Gli ozi della navigazione si passavano per lo più in trattenimenti proficui. Gli illetterati erano istruiti da chi sapeva e non si trascuravano i ginnastici esercizi. Un inno patrio, composto e messo in musica dal nostro Coccelli, era la preghiera di tutte le sere. Noi lo cantavamo in crocchio sulla tolda della Speranza. Intonato da Coccelli era accompagnato e ripetuto in coro da sessanta voci con entusiasmo sommo.


Immagine nella pagina:
Silvestro Lega, Ritratto di Giuseppe Garibaldi, 1861, Pinacoteca Comunale Silvestro Lega, Modigliana (Forlì-Cesena)

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