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La polemica sulla morte di Anita

di Bruna Bertini

Tratto da La Romagna e Garibaldi, 1982

Nelle sue Memorie, come nei suoi romanzi, Garibaldi dedica ampio spazio alle donne combattenti, ammesse a pieno titolo nella comunità dei maschi guerrieri. La moglie Aña Maria de Jesus Ribeiro da Silva, l’Amazzone brasiliana, è descritta mentre lotta impavida nelle fila dell’esercito della Repubblica del Rio Grande del Sud, mentre prende a cannonate i nemici e cavalca coraggiosamente nella polvere della battaglia.

Quest’immagine si ritrova anche nella narrazione dei giorni che precedono il peggioramento delle condizioni e la morte di Anita che, giunta via mare a Livorno, raggiunge in carrozza Roma il 26 giugno 1849 nel pieno dei bombardamenti francesi e, alla caduta della Repubblica, si rifiuta ripetutamente di lasciare il marito.
07_anita03Dopo l’uscita dalla città, nonostante la stanchezza e gli infiniti disagi, Anita, noncurante della sua gravidanza, si taglia i capelli, si veste da uomo, cavalca nell’avanguardia e, ultima manifestazione dell’abituale fierezza, alle porte di San Marino, vedendo che la retroguardia si sbanda per l’attacco di pattuglie austriache, cerca di trattenere i codardi dalla fuga e urla loro tutto il suo disprezzo.
L’odissea di Anita si conclude all’alba del 4 agosto 1849 presso la famiglia Ravaglia alla fattoria Guiccioli alle Mandriole nelle valli di Comacchio, dove vi giunge assieme a Garibaldi.

Anita muore e Garibaldi, invitato dagli altri alla fuga, viene convinto a partire. Verso le ore 20.30, dopo aver raccomandato di dare conveniente sepoltura alla moglie, Garibaldi lascia le Mandriole.
Poco dopo la partenza di Garibaldi dalla fattoria Guiccioli, Stefano Ravaglia decide di far scomparire in fretta il corpo di Anita. Chiama Luigi Petroncini, mugnaio della fattoria, e Pietro Patella, garzone e li incarica del seppellimento. Essi portano il cadavere a meno di un chilometro di distanza nella landa detta della Pastorara, ai bordi della valle di Marcabò dove, scavata velocemente una fossa, vi rovesciano il corpo di Anita. Poche ore dopo giunge una pattuglia austriaca a perquisire la fattoria.

Il giorno 10 agosto il corpo di Anita è rinvenuto da una giovane che conduce animali al pascolo, e che, spaventata, avverte il padre. Vengono subito chiamati i gendarmi di Sant’Alberto e il mattino successivo si recano sul luogo il giudice Francesconi di Ravenna e il prof. Luigi Fuschini primario dell’Ospedale di Ravenna con funzioni di perito. Viene stilato un verbale in cui vengono descritte sommariamente le condizioni in cui si presenta il cadavere e si rileva la presenza di alcuni indizi (occhi sporgenti, trachea rotta e segni circolari intorno al collo) che vengono indicati come segni non equivoci di sofferto strangolamento. L’esumazione avviene alla presenza di molti curiosi accorsi sul luogo del rinvenimento e questi presenti hanno modo di ascoltare anche le conclusioni del perito. Il corpo di Anita è consegnato al parroco di Mandriole che, appena avuta l’autorizzazione dal vescovo di Ravenna, provvede a farlo inumare, avvolto in una stuoia di canne palustri, nel cimitero di Mandriole.

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