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La mia bisnonna ha conosciuto Garibaldi

di Umile Granasezia

Quasi a chiusura della rivista, la nostra redazione ha ricevuto questa lettera.
Apriamola insieme.


07_umile01La mia cara bisnonnina. La ricordo ancora mentre, seduta sul letto, nella poca luce della stanza per non ferire i suoi occhi delicati, mangiava lentamente la minestrina, il piatto in grembo. Aveva novantadue anni, e gustava quella minestra cucchiaio dopo cucchiaio, come fosse la pietanza più prelibata possibile. Arrivata a fine pasto si aiutava con l’indice della mano sinistra per raccogliere sul cucchiaio gli ultimi chicchi di pastina. Mia madre allora mi insegnava grande rispetto nei suoi confronti, nella sua bontà, nei suoi piccoli gesti come quell’aiutarsi con il dito a raccogliere la minestrina. Io ero bambino, avevo otto anni, ma l’immagine della nonnina mi è rimasta dentro, ed è tutt’ora viva e forte. A distanza di anni, adulto ormai, purtroppo troppo tardi, ho capito cosa intendeva mia madre. La saggezza di quella donna forte che, sola, aveva cresciuto sei figli. La sua bontà, la sua forza nell’affrontare una vita che le aveva riservato poche soddisfazioni. Eppure riusciva a gioire delle piccole cose, e dell’amore smisurato che aveva provato, e continuava costantemente e ostinatamente a provare per i suoi figli. E poi i nipoti, e infine i bisnipoti.
Era nata nel ’42 (dell’Ottocento, s’intende) da famiglia umile, si era sposata a sedici anni con l’uomo, di dodici anni più vecchio, per lei scelto dal padre. In cinque anni sei figli, di cui due gemelli. E dopo soli altri quattro anni, una banale polmonite ed era rimasta vedova. Una vita difficile, portata avanti con amore.
Me la ricordo, dicevo, seduta sul letto su cui ha passato gli ultimi anni della sua vita. Era il ventennio, e a noi piccoli insegnavano il rispetto per gli avi e per gli anziani. Io passavo tante ore con lei. Parlava poco, perché faticava, ma quel poco era meraviglioso. Raccontava la sua vita. Oggi sono io ad essere vecchio. Ad aver già oltrepassato gli ottant’anni.

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