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Un felice matrimonio ottocentesco

di Marinette Pendola

Un piatto in bianco, ovvero con formaggio e pepe, costa due soldi, con il pomodoro, tre soldi. Nella vivace parlata napoletana, a seconda del prezzo, questi piatti vengono chiamati o doje, oppure o tre, e quest’ultimo spesso con l’aggiunta rafforzativa garibbalde, con ovvio riferimento al colore della camicia garibaldina.

Spesso, riferisce Matilde Serao, la porzione è piccola e il compratore litiga con l’oste, perché vuole un po’ più di sugo, un po’ più di formaggio e un po’ più di maccheroni.

08_matrimonio02Caratteristici dei vicoli napoletani, tanto da ispirare quelle immagini pittoresche che gli inglesi comprano come souvenir, i maccaronari hanno inciso notevolmente sull’evoluzione di questo piatto. Innanzitutto hanno quasi sicuramente introdotto il pomodoro come condimento.

Da Goethe, che nei suoi Viaggi in Italia (dal 1787) descrive il lavoro dei venditori ambulanti che attivamente fanno i maccheroni grazie alle loro vaschette riempite di olio caldo, senza nessun riferimento al sugo di pomodoro, a Matilde Serao che, un secolo dopo, esplicitamente lo acclude nella sua descrizione, si coglie l’evoluzione di questo piatto che si avvicina sempre più a ciò che noi conosciamo.

Inoltre i maccaronari, per accelerare il ritmo del loro servizio, con ogni probabilità hanno introdotto un concetto nuovo, quello della pasta al dente, sconosciuto nei secoli precedenti in cui la pasta veniva lungamente cotta.

Infine la loro immagine pittoresca ha probabilmente contribuito a rafforzare quella di Napoli capitale della pasta. Riferisce Alexandre Dumas ne Il Corricolo (1846), raccolta delle sue impressioni di viaggio a Napoli, che Rossini, appena giunto in città e interrogato dall’impresario Barbaja sui motivi del suo viaggio, così rispose: Vengo a mangiare maccheroni e gelati. Sono la mia passione.


Immagine nella pagina:
Caricatura d'epoca di Rossini

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Ottobre-Dicembre 2007 (Numero 8)

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