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Una vita al massimo

Vita e avventure di Carlo Camillo di Rudio

di Andrea Olmo

Il nobile bellunese però era destinato a non trovare pace. Nel 1860 emigrò negli USA e, scoppiata la Guerra Civile nel 1861, si arruolò, essendo un convinto anti-schiavista, nell’Esercito Unionista nel 79° Reggimento Volontari di New York (79° Highlanders), partecipando all’assedio di Petersburg, in Virginia. Terminata la guerra, durante la quale si era distinto diventando ufficiale e ottenendo il comando di una Compagnia di soldati di colore, decise di restare nell’esercito spinto anche dalla necessità di mantenere la sua numerosa famiglia. Oltre alla moglie Eliza, di Rudio, ormai diventato Charles de Rudio, aveva quattro figli chiamati Hercules, Italia, Roma e America, queste ultime tre nate negli Stati Uniti.

L’ufficiale italiano fu assegnato al 2° Reggimento di Fanteria e il 14 luglio 1869 trasferito al 7° Reggimento di Cavalleria comandato da un giovane Tenente Colonnello che, durante la Guerra Civile, aveva rivestito i gradi di Brevet General (Generale Onorario) e che era destinato ad entrare nella leggenda del West: George Armstrong Custer.

Assegnato alla Compagnia H, fu ben presto preso in antipatia da buona parte degli altri ufficiali: le sue origini italiane, la sua precedente attività politica e rivoluzionaria (molti ufficiali del 7°, tra cui ricordiamo il Capitano Miles Keogh, erano irlandesi, cattolici e reduci della Legione Irlandese dell’Esercito Pontificio), le sue maniere aristocratiche, nonché i suoi tentativi di comprendere anche le ragioni degli indiani, contribuirono a metterlo in cattiva luce presso i suoi colleghi e presso lo stesso Custer. Basti solamente dire che il suo comandante di Compagnia, il solitamente bonario Capitano Benteen, lo definiva Count No Account (il Conte che non conta nulla).

14_rudio02Eppure de Rudio era in realtà un ottimo ufficiale. Lo storico Charles K. Mills, infatti, disse di lui: Non era un ubriacone né un giocatore d’azzardo. Non si assentava dal servizio per ragioni banali. Non si sottraeva ai suoi compiti e, soprattutto, sapeva sempre cosa fare, quando si trovava alla testa dei suoi soldati… lungi dall’essere un codardo, de Rudio fu un realista. E un sopravvissuto nato…
Promosso Tenente nel 1875, fu trasferito alla Compagnia E, assumendone il comando de facto, visto che il vero comandante, il Capitano Isley, fungeva da Aiutante di Campo del Generale Pope a Fort Leavenworth.
Custer però lo sostituì ben presto con un ufficiale di suo maggior gradimento, il Tenente Algernon Smith, trasferendo altrove il bellunese. De Rudio non poteva immaginare che questo trasferimento, fatto per antipatia nei suoi confronti, in realtà gli salvò la vita. Il giorno della battaglia del Little Big Horn, infatti, la Compagnia E era inquadrata nel Battaglione di Custer, che fu completamente annientato dagli indiani Sioux.
E così, il fatidico 25 giugno 1876, Charles de Rudio si trovò ad essere vice-comandante della Compagnia A del 7°, agli ordini del Capitano James M. Moylan.

La Compagnia di de Rudio faceva parte del Battaglione del Maggiore Marcus Reno, il primo dei tre Battaglioni del 7° ad incrociare le armi con i pellirosse di Toro Seduto e Cavallo Pazzo; il Battaglione si batté bene, finché il Maggiore Reno, preso da un attacco di panico in seguito alla morte del suo scout indiano Coltello Insanguinato, si diede alla fuga seguito dopo poco dal resto dei suoi uomini.
Fu una vera e propria mattanza! Gli indiani, che in un primo momento avevano vacillato scambiando il fuggi-fuggi dei cavalleggeri per una carica, presto si resero conto della situazione e iniziarono a dare la caccia ai soldati in rotta, massacrandoli uno ad uno.


Immagine nella pagina:
A. Bierstadt, Indians Travelling Near Fort Laramie (particolare)
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Ottobre-Dicembre 2009 (Numero 14)

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