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Il Giardino delle VanitàIl Conte di Montetristo

III parte

di Giuseppe Bergivaldi

...continua dal numero precedente

VII - IL TESORO

Quando fu certo che nessuno lo cercava, decise di esplorare il luogo indicatogli dal compianto Abate Farina. Assunse qualche informazione, si munì di un piede di porco e si mise in cammino. Lungo la strada lo assalì di nuovo il pensiero dominante che lo aveva assillato negli ultimi giorni. André Trentignac era uscito dal suo alloggio di Boulogne, per recarsi a quel drammatico Gran Ballo, col viso tondo, ridente e sereno del giovane felice, che i primi passi nella vita muove duri ma felici. Ma tutto era cambiato. Il viso tondo si era allungato, la bocca lasciava scorgere linee marcate e stabili accennanti la risoluzione, le sopracciglia s’inarcavano in una ruga pensierosa, l’espressione degli occhi denotava profonda tristezza, nella quale si scorgeva, di quando in quando, un sinistro lampo di odio. Vissuto per lungo tempo all’interno della scuola di danza, il volto era divenuto pallido e smunto, e del colore che forma la bellezza aristocratica degli uomini quando hanno i capelli scuri. All’eleganza delle forme snelle e nerborute era succeduta la solidità delle forme piene e muscolose. Quanto alla voce, i singhiozzi e le imprecazioni vi avevano impresso un suono di strana dolcezza e talvolta un ruvido e quasi rauco accento. André sorrise pensando: si, era impossibile che il migliore degli amici, se pure un amico gli rimaneva, potesse riconoscerlo, tanto egli stesso più non si riconosceva.

Assorto in questi pensieri André si ritrovò di fronte ad un aspra altura che corrispondeva alla descrizione. Dalla posizione in cui si trovava si poteva scorgere in lontananza il piccolo cimitero. L’ora del batticuore era giunta, ormai più nulla rimaneva da fare a Trentignac fuorché accertarsi della veridicità delle confidenze dell’Abate. Raggiunse il cimitero, individuò facilmente il sepolcro indicato e si accinse a sollevare la pietra tombale. La tomba conteneva effettivamente un forziere e, con l’ausilio del provvidenziale piede di porco, fece saltare la serratura.

Aperto che fu il coperchio, André rimase abbagliato.

Il cofano era diviso in tre scomparti: nel primo brillavano lingotti e monete d’oro, nel secondo sfavillavano gioielli e pietre preziose, nel terzo i famosi antichi testi sulla storia della danza che da soli valevano quanto gli altri due terzi del contenuto del forziere.

Appena si destò dallo stupore, André esplorò i dintorni e, non scorgendo nessuno, si riempì le tasche di gioielli, ricoprì la tomba, cosparse di terra il suolo affinché non apparisse smosso di fresco e cancellò le tracce delle pedate intorno a quel luogo. Ormai non era più tempo di mirare le sue improvvise inaspettate ricchezze, né di rimanere sul Monte del Tristo Mietitore per fare la guardia al tesoro. Bisognava ritornare fra gli uomini, e prendere nella società il posto, l’influenza e il potere consentito dall’opulenza.

Dalla sua partenza da Boulogne erano passati quattordici anni. Era fuggito a vent’anni e ora ne aveva trentaquattro. Un sorriso doloroso gli sfiorò le labbra, chiese fra sé che cosa fosse accaduto alle persone che aveva lasciato e che forse lo avevano creduto morto.

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Ottobre-Dicembre 2009 (Numero 14)

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