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Il salotto di Nonna SperanzaLe Tre Messe basse

di Marinette Pendola

Campanello (Miniatura 219x356 px)Il fatto è che ogni volta che quella campanella del diavolo suona, il cappellano dimentica la Messa e pensa solo al cenone. Immagina i cuochi in agitazione, i fornelli infuocati, il vapore che sale dai coperchi semi aperti e, in questo vapore, due magnifiche tacchinelle farcite, tese, marmorizzate di tartufo… oh, che delizie! Ecco l’immensa tavola carica di fagiani con le ali dorate, di bottiglie color rubino, di piramidi di frutta splendida fra rami verdi e di quei pesci meravigliosi di cui parlava Garrigou, adagiati su un letto di finocchi… È così viva la visione di quelle meraviglie che Don Balaguère ha come l’impressione che tutti quei magnifici piatti siano lì davanti a lui sui ricami che ricoprono l’altare e due o tre volte, anziché Dominus vobiscum si sorprende a dire il Benedicite.
A parte queste leggere sviste, il sant’uomo esegue il suo compito con grande scrupolo, senza saltare una riga, senza omettere una sola genuflessione. Tutto procede bene fino alla fine della prima Messa, poiché sapete che il giorno di Natale lo stesso officiante deve celebrare tre messe consecutive.

- E una!

Dice a se stesso il cappellano con un sospiro di sollievo. Poi, senza perdere un minuto fa segno al chierico e… drelindin din!... la seconda Messa comincia e con essa anche il peccato di Don Balaguère.

Presto, presto, sbrighiamoci, sembra gridargli la campanella di Garrigou e questa volta il povero officiante si butta sul Messale e ne divora le pagine con tutta l’avidità del suo appetito sovraeccitato. Freneticamente si abbassa e si rialza, accenna a segni di croce e genuflessioni, accorcia tutti i gesti per finire prima. Versetti e responsorio si fanno frettolosi. Le parole pronunciate a metà, senza nemmeno aprire la bocca, il che richiederebbe troppo tempo, si concludono in mormorii incomprensibili. Oremus ps… ps… pi. Mea culpa… pa… pa. Dom… scum! a questo ritmo la seconda Messa è presto liquidata.

- E due!

Pensa il cappellano ormai senza fiato. Poi, senza prendere il tempo di respirare, paonazzo, sudato, scende precipitosamente i gradini dell’altare e… drelindin din!... La terza Messa comincia. Ci sono ormai pochi passi da compiere per giungere nella sala da pranzo. Ma, ahimè! Man mano che il cenone si avvicina, il povero Don Balaguère si sente preso da una follia d’impazienza e di golosità. La sua visione si fa più viva, le carpe dorate, le tacchinelle arrosto sono lì… le tocca quasi. Oh, mio Dio! I piatti fumano, i vini profumano e quella campanella diabolica gli grida: In fretta, in fretta, ancora più in fretta! Ma come potrebbe fare più in fretta? Le sue labbra si muovono appena. Non pronuncia più le parole… comincia a saltare un versetto, poi due. Poi l’epistola è troppo lunga, non la finisce, sfiora appena il Vangelo, passa davanti al Credo senza entrare, salta il Pater, saluta da lontano la prefazio, e con salti e balzi si precipita così nella dannazione eterna, sempre seguito dall’infame Garrigou che lo asseconda meravigliosamente, girandogli le pagine due alla volta, rovesciando le ampolline e scuotendo quella diabolica campanella sempre più forte, sempre più in fretta.

Bisogna vedere i volti sconvolti degli astanti! Obbligati a seguire con la mimica del prete questa Messa di cui non capiscono una parola, gli uni si alzano quando gli altri s’inginocchiano, si siedono quando gli altri sono in piedi… Ma in fondo, tutte queste brave persone pensano anche loro al cenone e non sono troppo dispiaciute che la Messa corra come un cavallo di posta. E quando Don Balaguère con il viso raggiante si volta verso i fedeli gridando con tutte le sue forze: Ite, missa est, un coro univoco gli risponde con un Deo gratias così gioioso che ci si crederebbe già a tavola a fare il primo brindisi.

Cinque minuti dopo, la folla degli invitati si sedeva nella grande sala. Il castello, illuminato dall’alto in basso, risuonava di canti, grida, risate, rumori. E il venerabile Don Balaguère piantava la forchetta in un’ala di francolino, annegando il rimorso per il suo peccato in fiumi di vin du Pape e di buoni sughi di carne. Tanto bevve e mangiò, il povero sant’uomo, che morì la notte stessa senza aver avuto il tempo di pentirsi. Poi, al mattino, arrivò in Cielo ancora pieno delle feste della notte, e vi lascio immaginare come fu ricevuto.

Spero che le prossime festività natalizie non vi conducano a tali eccessi e, di conseguenza, non abbiate a subire la sorte del povero prete condannato a dire trecento Messe di Natale. Se, in una notte di Natale, vi capitasse di passare sul monte Ventoux, vedreste quella cappella ancora in piedi fra le rovine del castello illuminata a giorno e, se vi venisse la curiosità di sbirciare da dietro un muretto diroccato, vedreste il povero Don Balaguère che sconta la sua pena insieme ai fedeli.

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Ottobre-Dicembre 2009 (Numero 14)

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