Urbano Rattazzi

di Carla Bolloli


C’era più agitazione nelle truppe reali che nelle camicie rosse, Garibaldi fu subito curato, anche se la ferita non ebbe pronta guarigione.
Per Rattazzi l’atto si trasformò in una condanna nei suoi riguardi e infine, travolto dalla disapprovazione, fu sostituito.
Nel 1867 tornò al potere e si trovò ad affrontare la Questione romana perché, di nuovo, Garibaldi si dirigeva verso la Stato della Chiesa con i suoi volontari.

Il Generale, arrestato, riuscì a sfuggire e la colpa di questo evento ricadde su Rattazzi e ne segnò la caduta, con dimissioni chieste dallo stesso re Vittorio Emanuele II, il 27 Ottobre 1867.
La vicenda politica di Urbano Rattazzi fu, come si legge da questa breve sintesi, abbastanza tormentata. La formazione giuridica lo aiutò nei contatti, nelle relazioni, nell’attività mediatrice, ma il momento più importante della storia dell’Unità d’Italia che si trovò a gestire lo costrinse a decisioni impopolari, che minarono la sua immagine.
Il sovrano si avvalse di lui, specialmente in alternativa a Cavour, sicuro della fedeltà assoluta dell’alessandrino ma, quando non fu più necessario, lo abbandonò.

Cavour cercò il suo appoggio e l’ottenne, per l’alleanza di governo, ma a risultato raggiunto lo trascurò tanto che nell’epistolario rattazziano, di recente pubblicazione, appaiono lettere in cui emerge l’amarezza di Urbano nei confronti di Camillo.
Toccò a lui affrontare i momenti più difficili come il trasferimento della capitale da Torino a Roma con le rivolte sanguinose dei torinesi, i contrasti con lo Stato della Chiesa e l’applicazione delle leggi contro i privilegi ecclesiastici.
Anche nella vita privata ebbe difficoltà.
Scapolo brillante fino al 1863, contrasse matrimonio con la napoleonide Maria Letizia Bonaparte già invisa a Napoleone III, di cui era parente e allontanata dalla Francia.

La donna, che si dilettava di giornalismo e teatro, divenne protagonista della vita mondana e attirò su di sé molte critiche malevoli. Rattazzi difese la giovane moglie. L’è na masnà diceva in dialetto, ma quando lo scandalo della condotta della signora Rattazzi fu troppo palese, pensò seriamente alla separazione. Il caso volle che si ammalasse gravemente. Allora Maria Letizia riprese il suo posto e si dedicò a lui curandolo. Si trasferirono a Frosinone dove pensava di avere aiuto e sollievo ma qui morì il 5 giugno 1873.
Ci furono problemi anche nell’ultimo atto di presenza sulla terra di Urbano: i suoi forti contrasti con la Chiesa, la sua posizione politica impedirono un funerale da statista. Fu portato ad Alessandria dopo qualche giorno e non fu accolto nel Duomo ma in una Chiesa fuori centro storico; la sepoltura avvenne nel Cimitero della città in un sito della famiglia Rattazzi su cui oggi campeggia la statua del fratello Giacomo e di fronte è stato posto il bel monumento della moglie Maria Letizia, inginocchiata in atto di preghiera con la figlioletta Roma. Di Urbano nessuna traccia. Maria Letizia immortalò, per i posteri, se stessa.


Immagine nella pagina:
Rattazzi in una foto con la moglie
Fine.
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Aprile-Settembre 2010 (Numero 16)

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