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Il Giardino delle VanitàIl Conte di Montetristo

V parte

di Giuseppe Bergivaldi

...continua dal numero precedente

Per il conte di Montetristo, quella del Gran Ballo era l’occasione migliore per mettere in atto la sua vendetta. Si trattava di rendere pan per focaccia agli odiati cospiratori. Il sistema doveva essere lo stesso. Fornire loro delle informazioni sbagliate. L’errore fatale doveva avvenire durante lo svolgimento delle danze suggerite proprio da lui. La macchina organizzativa si mise in moto. Si fecero stampare le informazioni relative alle danze del conte delle quali alcune copie erano state alterate.

Fu incaricato il messo Giacc’ le Monat di recapitare le buste con le informazioni delle danze agli indirizzi degli invitati affinché si preparassero per tempo. Questi, mentre si dirigeva presso l’indirizzo del duca August de la Madlène che si trovava in campagna, oltre i possedimenti del barone Guid de Marzià, si fermò, come sua abitudine, per un breve ristoro alla taverna del Petit Cow Boy, di proprietà di un vecchio avventuriero, di dubbia reputazione, di ritorno dal nuovo mondo. L’ignaro Giacc’ venne furbescamente coinvolto in una baldoria provocata ad arte da alcuni figuri entrati dopo di lui. Fu sufficiente un momento di distrazione perché qualcuno ne approfittasse per rovistare nelle sue bisacce, sostituire il contenuto di alcune buste e ripristinare la ceralacca. In disparte era seduto un misterioso viaggiatore che si trovava già all’interno della taverna da qualche ora. Era completamente avvolto in un pesante tabarro che gli copriva anche il volto. Di tanto in tanto, quando cambiava posizione, lasciava intravedere un tratto della barba che si sarebbe potuta confondere con il sottogola di un cappello militare. Il misterioso personaggio, dopo aver assistito alla scena della finta baldoria in tutti i suoi particolari, altrettanto misteriosamente se ne andò.

XV - IL GRAN BALLO

Finalmente arrivò il giorno del Gran Ballo. Il salone che ospitava l’evento era colmo all’inverosimile. Nessuno degli invitati si sarebbe perso quell’occasione. Si annoverava la presenza della duchessa rumena Vivian di Sofia, i baroni Ettorre e Valeria di Ilos dalla Turchia e il diplomatico prussiano Giosep di Secchionia. Da Boulogne avevano accettato di intervenire, fra gli altri, la contessa Marie de Catenacc’ accompagnata dal consorte conte Anacletus de Brunir, e la contessa Jeanne de Salent e de la Tur Pendant, mentre il consorte, il conte Fabricius de le Grand Coq, era atteso con impazienza. Con loro era venuta anche la marchesa Franche de Françoises; evento ritenuto eccezionale perché, a causa della sua ormai arcinota riservatezza, conduceva una vita molto appartata e raramente si allontanava da Boulogne. Per l’occasione era presente anche Luc le Troubadour, un affascinante cantastorie di origine celtica, forse scozzese che recitava le sue opere danzando su di un incrocio di spade posate a terra. Si diede il via alle presentazioni, si riempirono i carnets e il ballo andò a cominciare. L’interessamento generale era per il famoso conte di Montetristo e per chi ancora non lo conosceva, la presentazione o l’invito per una danza era motivo di soddisfazione. Per la marchesa Franche fu invece motivo di inquietudine. Anche per Montetristo rivedere la marchesa non fu solo un fatto di routine. Si accorse che, se possibile, gli anni passati l’avevano resa più bella e altrettanto desiderabile. Si rese conto solo in quel momento che la sua immagine lo aveva inconsciamente accompagnato per tutto il tempo del suo forzato esilio. Esercitando un terribile autocontrollo, riuscì a contenere le emozioni e per chi avesse potuto notarlo, solo un lieve pallore gli solcò il volto per qualche momento. Non poteva permettere di farsi scoprire proprio in quel frangente.

La serata intanto si svolgeva nel migliore dei modi: il copione veniva rispettato, l’annuncio del nuovo nome imposto alla scuola della maestra Alecsieia fu accolto con entusiasmo. Insomma tutto filava per il meglio. Solo il persistente ritardo del conte Fabricius e della sua annunciata novità non andava secondo i piani. Anche la marchesa Franche non si stava divertendo come gli altri. Con il passare delle ore l’inquietudine si era tramutata in perplessità e poco dopo in certezza. Mentre osservava il signor Montetristo nelle sue famose evoluzioni e nel suo comportamento generale, la marchesa Franche ebbe una specie di illuminazione: il modo con cui il conte si grattava il fondoschiena la riportò a quando tanti anni prima osservava segretamente il fabbro André al lavoro. Non c’erano dubbi, Il conte di Montetristo era il suo antico fabbro André Trentignac sotto mentite spoglie. Intimamente aveva sempre saputo o sperato di rivederlo. La solitudine in cui aveva trascorso tutti quegli anni era stata come un voto espresso con il desiderio di vederlo tornare. La breccia che quel giovane scapestrato aveva aperto nel suo cuore non si era ancora chiusa, e in quel momento si sentiva esaudita.

Mentre quei due cuori navigavano nella tempesta, il ballo volgeva al termine. Restavano da eseguire le danze proposte dal signor Montetristo. Dovevano essere la ciliegia sulla torta e tutti si stavano preparando per concludere gli inviti e prendere posizione nel salone principale della festa. Le danze furono eseguite fra la meraviglia e lo stupore delle altre scuole di danza. Anche i passaggi considerati più complicati furono superati senza indecisione. Tutto stava ad indicare quanto elevato fosse il livello dell’insegnamento, la singolarità delle proposte e il livello di preparazione dei danzanti. Tutto era andato bene. Nessuno si era accorto del mancato scandalo. Quello che qualcuno si aspettava che accadesse non si era verificato e l’euforia di qualcun altro finì con il degenerare arrivando ad indirizzare a Montetristo sorrisi se non risate di scherno affatto incomprensibili per i più. Il conte si allontanò dal salone del ballo con fare sconsolato e mentre qualcuno stava per brindare alla vittoria, comparve trafelato il conte Fabricius che annunciava non la sua macchina della musica, ma l’invenzione dello specchio parlante. Ancora in preda all’euforia, i festanti congiurati approfittarono della provvidenziale assenza di Montetristo, per accaparrarsene i diritti di sfruttamento e dato il momento loro favorevole non mercanteggiarono sul prezzo.

XVI - LA SALVEZZA

Montetristo, intanto, appena guadagnata l’uscita fu raggiunto dalla marchesa Franche che aveva assistito alla scena e pur non capendone i contenuti si era resa conto che qualche cosa di grave era accaduto nei confronti di André. Memore di quel lontano mancato salvataggio, lo invitò sulla sua carrozza e insieme si diressero direttamente verso Boulogne. Durante il viaggio ebbero modo di dirsi quello che per anni era rimasto latente, causa la differenza sociale e le avverse circostanze.

A Parigi, intanto, lo specchio dimagrante e, niente di meno anche parlante, andava a ruba. La produzione stentava ad assecondare le richieste. Anche se il prezzo era elevato non c’era marito di una donna grassa che avrebbe negato quel conforto alla consorte. E di mogli grasse ce n’erano tante. Gli incassi erano enormi e la società dei congiurati faceva affari d’oro. Un’unica clausola si erano impegnati ad osservare alla stipula del contratto di sfruttamento: il pagamento degli specchi magici doveva essere effettuato presso la succursale parigina della banca Artful Fellow and Son con sede a Londra, diretta da Lord Andrew Mc Trentin, in un conto appositamente aperto. Il motivo era stato spiegato per il sostegno che questa banca aveva concesso all’inventore durante le ricerche e non ultimo perché essendo straniera poteva aiutare ad evadere sulle tasse.

XVII - LA VENDETTA

I guai però non tardarono ad arrivare in quanto la carica energetica che era in dotazione agli specchi magici finiva con l’esaurirsi e il brevetto per la produzione e l’accumulo dell’energia elettrica necessaria al loro funzionamento era saldamente nelle mani dello stesso Lord Mc Trentin che da qualche tempo non dava notizie di sé. I clienti inferociti pretendevano che venissero loro resi i soldi oltre all’ammontare dei danni materiali, morali e biologici conseguenti alle depressioni cui erano cadute le loro mogli sempre più grasse e disilluse. Ai soci congiurati non fu nemmeno possibile rifondere almeno in parte le somme ricevute perché un cartello davanti alla banca avvertiva che per una straordinaria festività congiunta dei Santi Giorgio, Andrea, e Patrizio, patroni delle nazioni che costituivano il Regno Unito, si sarebbe osservato un mese di chiusura in onore dei festeggiamenti. Non rimaneva che il suicidio riparatore o la fuga ingiuriosa. Fu scelta quest’ultima perché fin che c’è vita c’è speranza. Il modo di far conoscere loro la verità si sarebbe comunque trovata.

Al conte Fabricius, fu recapitata una missiva da parte di lord Andrew Mc Trentin, mentre un’altra uguale fu recapitata al conte Anacletus da parte dell’abate Maschioni, in cui si chiedeva loro di trovarsi in un tal luogo, ad una tal ora di un tal giorno per doverose spiegazioni. Il luogo dell’appuntamento era il porto Navile di Boulogne presso lo yacht Danubio Blù. Arrivati all’orario convenuto e meravigliati l’uno della presenza dell’altro, i convenuti non trovarono però l’imbarcazione indicata nelle missive. Si informarono presso un vecchio pescatore intento a riparare le reti ed egli indicò loro il mare. I due convenuti guardarono nella direzione indicata dal pescatore; e nella linea di nereggiante turchino che disgiungeva all’orizzonte il cielo dall’oceano, scorsero una vela bianca grande quanto l’ala di un gabbiano.

Riavutisi dalla sorpresa si videro rimettere una lettera dal pescatore che, a suo dire, era da parte del conte. Aprirono e lessero:

“Miei cari amici,mi è doveroso ringraziarvi per l’aiuto, sia pure concordato ma oscuro nei contenuti, che mi avete accordato. Al conte Anacletus per avere vigilato sul corretto andamento del supposto mio tradimento, in particolare per l’indefesso controllo sulla distribuzione delle false istruzioni sulle danze. Mai mi sarei permesso di rovinare la splendida festa organizzata dalla cara amica Alecsieia. Al conte Fabricius, per l’ottimo tempismo con cui ha divulgato la notizia della sua invenzione e per la successiva gestione della sua cessione. Il lavoro ha dato i suoi frutti. Quanto a me, spero che il viaggio che sto intraprendendo mi sia d’aiuto a superare il rimorso per la vendetta da me messa in atto. Mi sarà di conforto avere accanto la marchesa Franche, insieme recupereremo gli anni perduti. Con lei partirò per paesi che non ho mai veduto e vissuto. Con lei adesso sì, li vivrò. Con lei partirò su navi e per mari che io lo so non esistono più. Con lei io li rivivrò.

Un vostro amico, André Trentignac,

alias Lord Andrew Mc Trentin, alias Abate Maschioni, alias Conte di Montetristo“

I due erano passati di stupore in stupore e ritennero opportuno, per riaversi della sorprese e per parlarne un po’ su, di infilarsi nella vicina taverna che dava sul porto, davanti a due calici di buon Brunetto di Montalcino allietati da un sottofondo di musica ballabile che una strana bottiglia stava profondendo nell’ambiente.

-FINE-

Aprile-Settembre 2010 (Numero 16)

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