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Il vestito da bagno

di Franca Franceschi

Tratto da Firenze Informa

Non sempre le spiagge sono state affollate di bagnanti che tentano l’abbronzatura perfetta, in succinti costumi da bagno, a meno di un metro di distanza gli uni dagli altri. Gli scenari da turismo di massa sono, infatti, relativamente recenti e al mare, più che per piacere e diletto, nei secoli passati ci si recava per necessità e malattia.

Se provassimo a immaginare una spiaggia dell’inizio dell’Ottocento, dovremmo figurarci dei villeggianti ben lontani dall’immagine del moderno bagnante. Credendo infatti che il bagno in mare fosse una delle cure più efficaci contro l’idrofobia, vi si trovavano soprattutto coloro che avevano avuto la sventura di essere morsicati da cani idrofobi.

Successivamente, verso i primi decenni del XIX secolo, si comincia timidamente a parlare di recarsi al mare per la cura del bagno e cominciano ad affermarsi stazioni balneari ancora note ai giorni nostri. Beninteso: questi intrepidi villeggianti facevano bagni solo dopo aver preso tutte le precauzioni del caso! Tanto che si immergevano in acqua praticamente vestiti… in alcune stampe dell’epoca figurano signori austeri che, con i pantaloni rimboccati, provavano incerti ad affrontare le onde della riva.

Dovette presentarsi piuttosto imbacuccata anche la regina d’Olanda Ortensia di Beauharnais quando, per la prima volta, si trovò a sfidare le onde del Mar di Normandia per il suo primo bagno in mare, praticato con l’intento di giovarsi dei benefici della talassoterapia. Seguita da un codazzo di servitori e dal suo medico personale, anche lei si immerge in acqua letteralmente vestita: completo di lana color cioccolato con tunica e pantaloni fino ai piedi.

Alcune nobildonne tra le più morigerate non osavano fare il bagno nemmeno sotto gli occhi delle altre donne. Si recavano in acqua ben nascoste entro certe piccole cabine di legno, che venivano spinte al largo dalle loro fide cameriere, per permettere alle loro padrone di immergersi attraverso un foro praticato nel pavimento.

Toccò ad una affascinante, capricciosa e mondana vedova abbandonare queste pudiche abitudini. Maria Carolina Luisa, duchessa di Berry, era la figlia di re Francesco I di Napoli (v. Jourdelò n°8, ott-dic 2007, p.20). Nata e cresciuta tra Napoli e la Sicilia, lungo le sponde del Mediterraneo, la bella duchessa si stabilì in Francia e sentiva una grande nostalgia per il sole, la sabbia e l’aria salmastra di mare.

In una assolata giornata del 1824 scese da una carrozza del treno che l’aveva condotta a Dieppe. Il Sindaco della città l’accolse cerimoniosamente e con perfetta cavalleria le porse il braccio per accompagnarla sulla spiaggia. Lei, impavida e tranquilla, si vestì di un elegante costume da bagno appositamente studiato per entrare in acqua composto nientedimeno che da: cappello, guanti, abito di panno pesante e calze di lana.

Uscì dal capanno riservatole e affrontò la curiosità di tutti i presenti. Il delegato del Sindaco le si fece incontro e con abito da cerimonia, cilindro, guanti bianchi e scarpe di vernice, le porse galantemente il braccio e l’accompagnò fin dentro l’acqua, con assoluto disprezzo per la misera fine delle sue raffinate scarpe.

Per nessuna ragione al mondo la nobildonna doveva far intravedere il suo regale incarnato! In più, occorreva ripararsi in tutti i modi possibili dal sole, poiché all’epoca la pelle abbronzata si addiceva solo agli umili e non certo ad una donna di alto rango.

I creatori di moda, gli stilisti si direbbe oggi, non si fecero certo sfuggire questa magnifica occasione dell’abito da bagno per dar sfogo alla fantasia e, tra il 1820 e il 1830, diedero origine a quelli che possono considerarsi i primordi del costume da bagno: gonne di lana leggera e cappuccio in taffettà gommato.

Insomma, ancora ben lontani dalle nudità odierne, come ben descrive un cronista dell’epoca: Tutte le donne acconciate con orrendi berretti o cuffie in taffettà gommato verde assomigliavano e quelle grandi cavallette che la sera saltellano sui prati. Una tinta livida diffusa sui lineamenti dava loro un aspetto d’oltretomba, e nei luoghi di villeggiatura si dice che molti matrimoni siano sfumati davanti a questo orrendo copricapo.

Fu intorno al 1850 che la mente delle sarte partorì il busto da bagno che aveva il vantaggio di nascondere quelle forme che solo una fervida immaginazione avrebbe potuto intravedere, mentre gli uomini invece cominciano a spogliarsi e suscitano le più aspre critiche dei moralisti: ciò che può essere considerato un oltraggio al pudore nella più deserta viuzza, può essere fatto impunemente a cento passi dall’abitato.

Nemmeno i bimbi furono trascurati, il primo modello di costume per bambino è un gonnellino increspato alla vita, con una sopravveste alla greca in velluto nero o turchino, aderente e lunga, bordata da uno sbieco di seta, chiusa davanti da un cordone a nappine in oro, il tutto completato da un cappello di paglia. Sembra che i bambini d’allora sfoggiassero quello strano modello per guazzare nelle pozzanghere o per fabbricare castelli di sabbia.

Sul finire del secolo si arrivò ad aggiungere un ultimo indumento coprente: le calze. Ecco il giudizio da un resoconto di un giornale di quei tempi: Quanto sono incantevoli e civettuoli questi costumi da bagno in flanella turchino guarnita da grossi merletti in lana della stessa tonalità, ravvivata da qualche gallone bianco; il grande collo alla marinara, sollevato dalla brezza, il corsetto in seta nera, in capo il fazzoletto annodato vezzosamente ad orecchio d’asino. Le più eleganti portano in mare lunghe calze di seta nera: ma io dubito assai della praticità di questa civettuola ricercatezza. Ammiriamo anche quest’altra graziosa bagnante, prima che il suo ampio accappatoio la nasconda sotto ai nostri occhi; il suo costume è di forma assai bizzarra, rosso, con tre piccole baschine bordate di guipure nero; il davanti, la cintura ed i nodi delle spalle sono bianchi; il berrettino in cotone rosso è trattenuto al capo da un nodo di nastro bianco. L’ultima bagnante sta per salire i gradini della sua cabina; indossa un costume nero guarnito di nastro pure nero increspato; un alto bustino rosso con bretelle le serra la vita, ed una fascia di seta rossa è annodata capricciosamente attorno al capo, ha la gambe nude e calza scarpe-coturni i cui lacci si incrociano intorno agli stinchi.

Il cronista continua parlando anche di costumi di grossa flanella bianca ricamati a punto e croce, di due tinte, rosso e giallo o nero e turchino. I ricami sono disposti sul collo, sulla striscia della blusa alla russa, sulle cuciture laterali dei calzoni.

Alcune ravvivano un costume a tinta unita con una vistosa cintura e un berretto eguale.

Il berretto che le graziose bagnanti sfoggiano in riva al mare è confezionato in velluto nero a pieghe profonde, del genere berretto alla Raffaello arditamente posato sul capo a destra o a sinistra a seconda del riverbero dei raggi solari. Ombreggia deliziosamente le graziose bionde o brune testoline, adornandole in modo incantevole.

Passiamo dall’abbigliamento alle calzature, per descrivere quella scarpa originalissima alla turca, l’Opanke, che impera su tutte le spiagge, di sabbia o ghiaia: con la sua forma accollata e la sua cinghia a fibbia, i piedi così calzati appaiono minuscoli.

Alcune donne più ardite, forse per la necessità di muoversi tra sabbia e mare, decisero di accorciare o togliere sottovesti e corsetti di troppo. Ed è a partire dal 1890 che gonne e pantaloni da bagno si accorciano fino al ginocchio mentre resta quasi d’obbligo il colletto alla marinara sia per gli uomini che per le donne.

Intanto si fa strada il costume intero che noi oggi assoceremmo al gentil sesso ma nasce come indumento da mare maschile: con manica e pantaloni a tre quarti, in tinta unita o a righe.

Poi arriva il 1904, l’anno della Révolution Poiret, dal nome del celebre sarto parigino che decreta la fine di busti e corsetti. Paul Poiret, le Magnifique si schiera sul fronte della semplificazione della silhouette femminile, combattendo il busto e ogni anacronistica costrizione, e propone una nuova linea sensuale e sciolta.

Mentre in spiaggia gli abiti da bagno si accorciano, c’è chi tenta a proprie spese l’ardita impresa anche in piscina…

Nel 1906 la nuotatrice australiana Annette Kellermann si presenta in un’esibizione negli Stati Uniti con un costume intero che lasciava scoperte le gambe, e si vedeva multare, arrestare e rimpatriare.

Ma la strada per accorciare il costume è ormai intrapresa ed è Coco Chanel che fa scoprire al mondo la bellezza della pelle abbronzata… la sua è una donna che veste pantaloncini corti, che lascia le braccia nude e che ama le scollature decise… è solo un primo passo verso i giorni nostri.

Per la rivoluzione successiva si dovrà attendere la fine della Seconda Guerra Mondiale e la nascita del divismo… i due pezzi sono in arrivo.

Aprile-Settembre 2010 (Numero 16)

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