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Sulla rotta di Marsala

i 150 anni della Spedizione dei Mille

di Mirtide Gavelli

Le prime biografie di Garibaldi uscirono già nel 1849, all’indomani della conclusione dell’esperienza della Repubblica Romana. Negli anni a seguire, la pubblicistica a lui dedicata crebbe in modo esponenziale (nel 1970 il collezionista americano Anthony Campanella aveva raccolto e censito più di 12.000 tra opuscoli, libri e scritti vari a lui dedicati, stampe ecc.)

Lo stesso Generale decise di scrivere le proprie memorie: vi si dedicò già negli anni ’50, quelli del secondo esilio, continuandone poi la redazione negli anni successivi, e vennero pubblicate, in una redazione dichiarata definitiva, nel 1872.

Garibaldi scrisse con il suo stile, complesso ed aulico al tempo stesso. Non era del resto uno scrittore di professione, ma amava dedicarsi alla scrittura, come dimostreranno negli anni a seguire poemi e i romanzi che diede alle stampe.

Il cinque maggio

[...] O notte del 5 maggio, rischiarata dal fuoco di mille luminari con cui l’Onnipotente adornò lo spazio! l’Infinito!

Bella tranquilla solenne, di quella solennità che fa palpitare le anime generose, che si lanciano all’emancipazione degli schiavi!

Tali erano i mille, adunati e silenziosi sulle spiagge dell’orientale Liguria, raccolti in gruppi, cupi, penetrati dalla grande impresa, ma fieri d’esservi caduti in sorte, succedan pure i disagi o il martirio! [...]

I Mille battono il piede sulla roccia, come il corsiero generoso impaziente della battaglia. E dove vanno essi a battagliare in pochi contro numerose, ed aguerrite soldatesche? Han forse ricevuto l’ordine d’un sovrano per invadere, conquistare una povera infelice popolazione che, rovinata dalle imposte di delapidatori ha rifiutato di pagarle? No! Essi corrono verso la Trinacria, ove i Picciotti, insofferenti del giogo di un tiranno, si sono sollevati ed hanno giurato di morire, piuttosto che rimanere schiavi. E chi sono i Picciotti? Con quel modestissimo titolo, essi non altro sono che i discendenti del grandissimo popolo dei Vespri, che in un’ora sala trucidò un’intero esercito di sgherri, senza lasciarne vestigio! [...]

Lo sbarco a Marsala

[...] Durante il viaggio s’erano formate otto compagnie di tutta la gente, con a capo d’ogni compagnia gli ufficiali i più distinti della spedizione [...]. S’erano distribuite la armi e le poche vestimenta, che si poterono raccogliere prima della partenza.

Il primo progetto di sbarco fu per Sciacca; ma il giorno essendo avanzato e temendo d’incontrare incrociatori nemici, si prese la determinazione di sbarcare nel porto più vicino di Marsala: 11 maggio 1860.

Avvicinando la costa occidentale della Sicilia, si cominciò a scoprire legni a vela e vapori. Sulla rada di Marsala, erano alla fonda due legni da guerra,che si scoprirono essere Inglesi.

Deciso lo sbarco a Marsala ci dirigemmo verso quel porto, ove approdammo verso il meriggio. Entrando nel porto vi trovammo legni mercantili di diverse nazioni.

La fortuna aveva veramente favorito e guidato la spedizione nostra; e non si poteva giungere più felicemente. [...]

La presenza dei due legni da guerra Inglesi, influì alquanto sulla determinazione dei comandanti de’ legni nemici, naturalmente impazienti di fulminarci, e ciò diede tempo ad ultimare lo sbarco nostro. La nobile bandiera di Albione contribuì anche questa volta, a risparmiare lo spargimento di sangue umano; ed io, beniamino di cotesti Signori degli Oceani, fui per la centesima volta il loro protetto.

Fu però inesatta la notizia data dai nemici nostri, che gl’Inglesi avessero favorito lo sbarco in Marsala direttamente, e con loro mezzi. I rispettati ed imponenti colori della Gran Bretagna, sventolando su due legni di guerra della potentissima marina, e sullo stabilimento Ingham, imposero titubanza ai mercenari del Borbone e dirò anche vergogna, dovendo esse dar fuoco, con imponenti batterie contro un pugno d’uomini armati di quei tali fucili, con cui la Monarchia suole far combattere i volontari italiani.

Ciò nonostante tre quarti dei volontari, trovavansi ancora sul molo, quando i Borbonici cominciarono la pioggia di ferro, sparando con granate e mitraglie, che felicemente nessuno ferirono. [...]

Canti

La bandiera dei tre colori (1848)

Testo di Francesco Dall’Ongaro, musica di Cordigliani.

Sacerdote, abbandonò l’abito talare nel 1848 e prese parte ai moti ed alla prima guerra di Indipendenza. Scrisse stornelli popolari e canti patriottici che ebbero una enorme diffusione e fama, anche per molta parte del ’900.

Il testo semplice e la musica orecchiabile, uniti alla facilità del messaggio anti-austriaco, ne decretarono l’enorme successo.

E la bandiera dei tre colori

sempre è stata la più bella,

noi vogliamo sempre quella,

noi vogliam la libertà,

noi vogliamo sempre quella,

noi vogliam la libertà,

la libertà, la libertà!

Tutti uniti in un sol fato

stretti intorno alla bandiera

griderem mattina e sera

viva viva il tricolor,

griderem mattina e sera

viva viva il tricolor,

il tricolor, il tricolor! [...]

Addio mia bella addio (1848)

Testo di Carlo Bosi, fiorentino, autore di stornelli e canti popolari, scritta nel marzo del 1848 in occasione della partenza dei volontari toscani per la Prima Guerra di Indipendenza, ebbe immediato successo tra i volontari, che ne modificarono la prima strofa (in origine: Io vengo a dirti addio), e la cantarono in tutte le guerre per l’Unificazione.

Addio mia bella addio,

l’armata se ne va,

e se non partissi anch’io

sarebbe una viltà.

Non pianger, mio tesoro

forse ritornerò;

ma se in battaglia moro

in Ciel ti rivedrò.

La spada, le pistole,

lo schioppo l’ho con me;

allo spuntar del sole

mi partirò da te. [...]

Aprile-Settembre 2010 (Numero 16)

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