Login

Iscriviti a Jourdeló

Il salotto di Nonna SperanzaAmalia e i dottori

di Marinette Pendola

La mostra Dieci parole per Bologna. Nove secoli di vita comunale, aperta fino al 19 giugno prossimo presso la Biblioteca dell’Archiginnasio, e inserita nelle celebrazioni del Nono centenario del Comune di Bologna, attribuisce la parola Democrazia al Novecento poiché proprio in quel secolo si acquisisce una piena consapevolezza di quali siano i diritti di ogni cittadino e come debbano essere tutelati. Sappiamo tuttavia che i cambiamenti di mentalità e cultura avvengono in modo graduale serpeggiando dapprima come fiumi carsici all’ombra della Storia. Già il Risorgimento era stato foriero di grandi trasformazioni. Ma soprattutto negli ultimi due decenni dell’Ottocento apparvero sulla scena classi sociali che chiedevano a gran voce il riconoscimento dei propri diritti. A margine di questa effervescenza di fine secolo si svolge la storia che voglio raccontare, una piccola storia, come una minuscola goccia nel grande mare delle lente conquiste democratiche.

È il 24 marzo 1890. Amalia Bagnacavalli lascia il misero casolare in cui vive con il marito e i suoceri, si avvia a piedi alla minuscola stazione di Oreglia, un piccolo borgo nel territorio di Vergato (oggi frazione di Grizzana Morandi) e sale, per la prima volta in vita sua, sul treno che la porta a Bologna. Con sé ha soltanto le 5 lire del biglietto, oltre ad una serie di documenti, come il certificato di sana e robusta costituzione rilasciato dal medico condotto e quello di buona moralità fornitole dal parroco. Sta andando all’Ospizio degli Esposti a prendere un neonato. Ha deciso, sotto le continue pressioni della suocera, di contribuire anche lei al magro bilancio della famiglia con l’unico bene che possiede: il latte che finora ha dato alla figlia Adele. Come tante donne del suo circondario - una su quattro, dicono i documenti - diventerà balia e potrà percepire una mesata di 9 lire (40€) per tutto il primo anno del bambino. Le sarà dato inoltre il corredino, costituito da 6 pezze di tela, 3 fasce e alcune pezze di lana.

Dopo la visita medica che conferma il suo buono stato di salute, Amalia riceve una bambina, Paola Olivelli, e capisce subito che qualcosa non va: la neonata è denutrita, piagnucolante. Vorrebbe rifiutarla, chiede al medico un altro neonato, ma di fronte alle insistenze di costui, forse per timidezza, finisce per accettarla. Soltanto durante il viaggio di ritorno osa esaminare la bambina con più attenzione e si accorge che ha un corpo malformato e che è cieca. Nei giorni seguenti, la situazione non migliora: la piccola fa fatica ad attaccarsi al seno e piange per ore. Per timore di perdere il latte, Amalia decide di riprendere ad allattare la propria figlia. La piccola Paola continua a nutrirsi scarsamente, ma ciò che preoccupa Amalia è la comparsa di un eritema sulla schiena che si diffonde sino all’interno delle cosce. Decide di portare la neonata dal medico condotto di Vergato, Carlo Dalmonte, il quale, appena vede una piccola ulcera nella bocca della bambina, capisce immediatamente di cosa si tratta: sifilide. Ordina alla donna di non allattarla più e di riportare la piccola al brefotrofio. Sono passati appena diciotto giorni. La piccola morirà poco tempo dopo.


Immagine nella pagina:
Prostitute in età vittoriana

Pagina:
Precedente 1 | 2 | 3 Successiva

Maggio 2016 (Numero 26)

© 2005 - 2019 Jourdelo.it - Rivista storico culturale di 8cento
Registrazione Tribunale di Bologna n. 7549 del 13/05/2005 - Direttore Resp. Daniela Bottoni