Il comandante era Tito Livio Zambeccari, uomo dalla vita decisamente avventurosa: affiliato alla Carboneria sin da giovane, aveva combattuto nelle guerre civili in Argentina e poi, agli ordini di Garibaldi, nel Rio Grande do Sul. Rientrato in Italia, aveva preso parte ai moti del 1843 e del 1845. Tra gli ufficiali il reparto annoverava anche Felice Orsini, il romagnolo che, dieci anni dopo, compì il famoso attentato contro Napoleone III.
Il Battaglione Alto Reno si batté inizialmente nei territori del Ducato di Modena, per poi passare in Veneto dove, il 9 aprile 1848, occupò il castello di Bevilacqua, arginando per dieci giorni gli attacchi provenienti dalla vicina fortezza austriaca di Legnago. Il 19 aprile, di fronte ad un massiccio assalto nemico, il Battaglione fu costretto ad abbandonare il castello, trasferendosi prima a Padova e poi, il 25 aprile, a Treviso, dove presidiò validamente il Piave. Richiamato negli Stati Pontifici a dicembre, arrivò a Bologna ma, a causa della sua cattiva fama, fu alloggiato al di fuori delle mura cittadine, nel Convento dell’Annunziata, fuori Porta S. Mamolo. Spostatosi in Borgo Paglia, la odierna Via Belle Arti, il reparto venne quindi epurato dai suoi peggiori elementi dal giovane Capitano Pietro Inviti, originario di Castel S. Pietro.
Il Comandante Zambeccari intanto si era trasferito a Roma dove, eletto deputato alla Costituente della Repubblica Romana, fu nominato da Mazzini comandante della Piazza di Ancona. Sotto la sua guida la città marchigiana resistette per oltre un mese all’attacco degli Austriaci, comandati dal Generale Franz von Wimpffen. All’eroica difesa partecipò, ovviamente, anche il Battaglione Alto Reno, nel frattempo trasformato nell’8° Reggimento di Linea Romano, e in particolare si distinse la 4a Compagnia, costituita da volontari della cittadina di Medicina. Il 21 giugno 1849, dopo un’ultima disperata difesa, Ancona fu costretta ad arrendersi e il Battaglione Alto Reno fu congedato, mentre Tito Zambeccari andò in esilio in Grecia.

I reparti di volontari erano perlopiù costituiti da unità di Fanteria, ma non mancarono anche contingenti di Cavalleria, di solito aggregati a reparti più grandi, ma talora anche autonomi. Tra questi ricordiamo i Lancieri del Masina, detti anche Lancieri della Morte.
Angelo Masina era un giovane patriota bolognese che, dopo essersi battuto in Veneto con il Battaglione Alto Reno, era rientrato a Bologna dove a proprie spese aveva equipaggiato uno squadrone di 40 cavalleggeri, poi allargatosi a 90. Oltre che per il nome tenebroso,
Lancieri della Morte appunto, l’unità spiccava per la sua appariscente uniforme: shakò nero e rosso, corredato da una coda di cavallo nera e da un fregio riproducente un teschio, dolman (giacca da ussaro) azzurro con alamari neri e pantaloni rossi con banda laterale blu.
Immagine nella pagina: Q. Cenni, I Lancieri di Masina, Museo civico del Risorgimento di Bologna (particolare)