Dante secondo Mazzini

stella polare per una nuova Italia

di Marika Cavrini

La forza delle cose molto ci ha tolto; ma nessuno può torci i nostri grandi; né l’invidia, né l’indifferenza della servitú poté struggerne i nomi, ed i monumenti richiamando, inoltre, la libertà dei poeti greci, che nei propri componimenti potevano inveire contro la politica come raramente si è potuto fare nel corso della Storia, senza prostituire le loro cetre a possanza terrestre grazie all’invenzione delle Muse protettrici delle arti, arrivando fino a resuscitare anche, implicitamente, il concetto dell’Historia Magistra Vitae tucididea: O Italiani! Non obbliate giammai che il primo passo a produrre uomini grandi sta nello onorare i già spenti.

Dante Alighieri (Miniatura 219x344 px)L’ammirazione però non si ferma agli atti veri e propri, oltrepassa il confine che delimita la linea pubblica, raggiunge la sfera intima del poeta. Sebbene Mazzini andrà in esilio solo quattro anni dopo la stesura del saggio su Dante, e le condizioni d’esilio di Dante e Mazzini siano molto diverse (il primo dovette rinunciare ad un ruolo attivo nella vita politica della sua amata Fiorenza, il secondo non smetterà mai di dar vita a movimenti politici patriottici e non solo per l’Italia), quest’ultimo ha già conosciuto molti esuli e forse è una delle poche persone che possono testimoniarci il costo del dover riconoscere i molteplici mali che affliggono la propria patria: Nei versi, che piú infieriscono, tu senti un pianto, che gronda sulla dura necessità, che i fati della patria gl’impongono; tu discerni l’affetto d’un padre, il quale si sforza di vestire una severità, che non è nel suo cuore, per soffocare una passione crescente nel petto del figlio, che può trascinarlo in rovina. Le voci - patria, natio loco, mia terra - appaiono tratto tratto per farti risovvenire, che il poeta ama Fiorenza collo stesso ardore, con cui flagella i lupi, che le dan guerra.

Il sentimento che Mazzini coglie intrecciarsi e confondersi, a volte, fra i versi e le rime della Comedìa è straziante e passionale, soprattutto nei momenti in cui Dante compie quello che il primo sembra reputare un dovere ineludibile, un sacrificio necessario. Non importa infatti quanto per il poeta possa essere doloroso scrivere nero su bianco il degrado della sua città, non importa quanto soffra nel sottolineare le piaghe sociali che la pervadono, soprattutto nella classe dirigente, non importa che debba voltare le spalle agli amici, se questi hanno commesso errori degni di aspri giudizi, come nel caso di Guido Cavalcanti, amico che Dante stesso contribuì ad esiliare. Per quanto possa essergli stato gravoso, il suo ruolo pubblico, volto alla tutela del bene di Firenze, prevaleva in lui anche sull’amicizia, perciò, forse con l’anima in pena, ha assolto al proprio compito per ciò che riteneva essere il meglio.


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Dante Alighieri.

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Maggio 2022 (n° 32)

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