L’inchiesta permette di stabilire che questi fazzoletti sono stati prodotti da donne del popolo. Inchieste simili in tutta la Puglia, in Abruzzo e in altre regioni meridionali rivelano identici modi di produzione e di diffusione dei tessuti patriottici fin nei più piccoli paesi di provincia. Altre indagini scoprono piccoli laboratori in cui si confezionano coccarde tricolori, un lavoro di sartoria piuttosto semplice, ma molto diffuso dappertutto. Le sarte e le ricamatrici di provincia diventano, di fatto, elementi essenziali di una rete davvero capillare di produzione e di smercio nei mercati di paese e svolgono, di conseguenza, un ruolo di primo piano nella diffusione delle idee risorgimentali.
Di queste donne del popolo raramente sono giunti a noi i nomi, che compaiono nei verbali solo quando vanno a processo. Spesso le autorità considerano le produttrici di oggetti sediziosi delle semplici esecutrici guidate da necessità economiche e non da un ideale politico, e solo alcune sono messe sotto accusa. Così le carte ci rivelano che, in un paesino dell’Abruzzo, nel 1857, alcune donne, Antonia e Maria Palumbo e Albertina Mariani, confezionano fazzoletti tricolori.
Due anni dopo, sempre nella stessa regione, vanno a processo la sarta Carolina Marchesani e la figlia Rosa Carafa per aver cucito emblemi costituzionali tricolori. Sempre nel 1859, a Conversano (Bari), si scoprono stoffe verdi, bianche e rosse necessarie alla confezione di coccarde a casa della sarta Maria Giuseppa Rubino. Lo zelo della polizia borbonica giunge fino a perquisire alcune case chiuse: in una di queste, Giovanna Pertosa e Mariuccia Soldano lavorano indossando calze di cotone bianco ornate da nastri di seta verdi e rossi. Sono arrestate, ma alcuni giorni dopo vengono rilasciate dietro pagamento di una multa e il sequestro degli indumenti incriminati.
Immagine nella pagina: Coccarda patriottica