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L'erede

Terza parte

di Giuseppe Bergivaldi ed Emilio Salgari

Terza parte

L'IMBOSCATA

Finalmente la burrasca, dopo d’aver raggiunto la massima intensità, cominciava a scemare. I nuvoloni, qua e là squarciati, lasciavano intravedere di quando in quando il tremulo luccichio degli astri. Il vento, dopo d’aver fischiato, urlato, ruggito, si calmava a poco a poco.

Alle quattro del mattino, ad oriente cominciò a fare un po’ di chiaro. Il sole sorgeva con quella rapidità che è propria delle regioni tropicali, annunciato da una tinta rossa, magnifica. Il sole s’accostava rapido alla linea dell’orizzonte, proiettando i suoi raggi sulle nuvole, le quali perdevano le loro tetre tinte per assumere splendidi riflessi rosei. Gli sguardi di Sandokan, che come un tempo sfidavano i migliori cannocchiali, scorsero la costa. Poco dopo arrivarono alla foce del fiume, situata all’interno di una piccola baia, che portava alla città di Schuk-Wan nell’interno.
Sul piccolo estuario sito sulla riva sinistra del fiume sorgeva una graziosa cittadina di due o tre mila abitanti, costruita su palizzate e tagliata da alcuni ponti di bambù d’aspetto pittoresco. Un paio di moli, sempre di bambù, consentivano l’attracco alle navi per le operazioni di carico e scarico.

Calarono l’ancora del praho appena fuori della baia e si apprestarono a calare una scialuppa dotata di mitragliatrice sulla quale presero posto: Sandokan, Than-Kiù ed una ventina di Tigrotti fra cui l’interprete, armati di carabina, pistole, parang, e l’inseparabile kriss.

La scialuppa, spinta da tre paia di remi, corse rapida sui flutti e in breve attraccarono al primo molo libero. Sandokan, la cinese e tre uomini di scorta guadagnarono rapidamente la terra ferma in cerca di una guida. Non avendo trovato nessuno disposto a dare loro ascolto entrarono in una vecchia taverna. Sandokan aprì la porta sgangherata, che invece dei vetri aveva fogli di carta oleata, ed entrò risolutamente tenendo le mani sul calcio delle sue famose pistole indiane. In alcune salette, dèi celestiali, sdraiati su delle lunghe sedie di bambù, si ubriacavano sconciamente d’oppio, lanciando in aria nuvoli di fumo oleoso e fetente. Un ragazzo, giallo come un limone, fu lesto ad accorrere. Alla richiesta di vedere il padrone, il ragazzo scomparve lesto e poco dopo ritornava seguito da un vecchio cinese che sembrava ormai una mummia, ma con due lunghi baffi pendenti ed una magnifica coda che gli giungeva fino a terra. Vestiva in cotone rosso a grandi fiorami, e nella cintura portava, come per indicare la sua qualità, due coltellacci atti a sgozzare. Vedendo il drappello, il celestiale s’inchinò, muovendo contemporaneamente le mani sul petto, poi disse:
- Sono ai vostri ordini, poiché suppongo pranzerete.
- No! - rispose Sandokan - Vogliamo ingaggiare una guida per condurci in città.
L’oste scomparve per qualche minuto nel fumo che impregnava l’ambiente e si ripresentò in compagnia di un individuo di statura piuttosto bassa e tarchiata, colla pelle assai abbronzata, che aveva sfumature giallastre, con braccia e gambe muscolose.
- Dove dovete andare? - chiese questi accennando un inchino.
- Vogliamo accompagnare a palazzo la principessa Than-Kiù - rispose Sandokan indicando la ragazza - che abbiamo strappato dalle mani di certi pirati. Se accetti sarai lautamente ricompensato.
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Maggio 2013 (Numero 22)

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