Gioachino letterato

Sullo straordinario monte-lettere lasciato dal fecondissimo maestro Rossini

di Piero Mioli

Rossini non era un buontempone, pigro e gourmet, ma un uomo che a un’adolescenza e gioventù allegra e spensierata fece succedere una maturità e senilità, precoce fra l’altro, lunga, gravosa, sensibilissima, malata anche di nervi. Quale soluzione migliore che avallare, fare lo gnorri, lasciar dire sul suo conto qualunque fantasia e simpatia? Di qui un epistolario di disarmante povertà, approntato con un formulario generico adatto a tutti gli usi, assolutamente opposto a quello di un Verdi, di un Wagner, di un Mahler. Così, dice Cagli, il lavoro ha bisogno di altre fonti (ma sempre, purtroppo, nei limiti di un’operazione strenua più che decisiva).

Cominciando dal 29 febbraio 1791 con l’atto di battesimo e finendo al 17 marzo 1822, il volume pubblica 316 testi (con tanto di cancellature rispettose degli originali), che fornisce di note ricche e numerose. Nella lettera del 22 giugno 1806 Rossini chiedeva l’aggregazione all’Accademia Filarmonica di Bologna, e il quattordicenne si firmava già come professore di canto, cioè, forse, solo uno che professava il canto. Curioso un episodio del 1811, quando Gioachino (esattamente con una c sola) si fece lecito di minacciare col bastone quei coristi che non servissero ai suoi voleri, al Corso di Bologna in occasione della prima dell’Equivoco stravagante. Di grande rilievo poi il lunghissimo contratto stretto fra l’impresario Barbaja e i teatri di Napoli nella persona del duca di Noja.

Notevoli i costi di gestione degli stessi teatri nel febbraio del 1816, dove la primadonna Isabella Colbran riceveva 500 ducati al mese, il primo tenore Andrea Nozzari doveva accontentarsi di 282, il tenore Manuel García era pagato unitamente alla moglie per un totale di 266 ducati (notevole anche l’espressione buffo toscano, evidentemente contrapposta al solito buffo napoletano). E così via fino al n. 316 del copioso repertorio il cui penultimo numero è l’atto di matrimonio con la Colbran. Seguono diverse illustrazioni e un’ampia bibliografia, dove per reverenza si ospita l’ottocentesco Dizionario di Francesco Regli, spesso sospettato di dubbia fede, e però si tace di alcune pubblicazioni recenti come quelle della Mursia, del Melangolo, della Garzanti (e negli altri volumi si tacerà della Newton Compton).

Fra il 21 marzo 1822 e l’11 ottobre 1826, appena, si stringe il contenuto del secondo volume, pubblicato nel 1996 e ovviamente organizzato con gli stessi criteri di fedeltà assoluta agli originali (ivi compresi gli errori di ortografia, la mancanza di accenti, l’uso scriteriato delle maiuscole): molte le note, specie a ridosso di citati nomi minori oggi dimenticati o quasi; e volutamente nessuna traduzione italiana dei testi francesi. Come sempre, i documenti parlano la lingua più chiara, al di là delle vecchie apologie e delle genericità stancamente ripetute nei tempi. Così il 22 marzo 1822 Rossini scrive: Io non vorrei dopo Vienna ritornare a Napoli, con ferma determinazione; poco dopo Leopoldo di Borbone riferisce al padre, re Ferdinando I, che la Zelmira di Vienna è andata benissimo, anche se la Colbran non ha più voce davvero; il 15 settembre 1822 Barbaja comunica al duca sovrintendente quali opere vadano tolte dal repertorio del S. Carlo e quali debbano restarvi, sicuramente inserendo Rossini nel secondo elenco.
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Maggio 2018 (Numero 28)

Caricature de Rossini par Gill, 1864 (Bibliothèque du Conservatoire royal de Bruxelles)

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