L’elaborazione dell’integrale di Lettere e documenti procedeva imperterrita quando all’improvviso si rese disponibile una nuova pubblicazione relativa agli anni 1812-30, che proprio per questa concomitanza cronologica non poteva ambire a occupare il posto di un quarto volume. Accortamente, dunque, i curatori l’hanno raccolta e pubblicata come volume IIIa, intitolandola Lettere ai genitori (2004).
All’improvviso, si diceva, perché nel 2001, adeguatamente informati, il Comune di Pesaro e la Regione Campania avevano potuto fare un acquisto fondamentale presso la Sotheby’s di Londra: questo volume di 246 lettere autografe indirizzate da Gioachino a Giuseppe Rossini e Anna Guidarini copre quasi tutto l’arco della carriera teatrale di Rossini e quindi si profila particolarmente significativo. Anche se è vero che Rossini non era tipo da confidenze, da confessioni sentimentali (tanto meno per iscritto), è un ampio squarcio di vita d’epoca questo che si apre così al lettore, senza troppi risvolti di carattere musicale ma con numerosi spunti di pratica quotidiana, organizzativa, operistica nel senso meno ideale ma certo non più inutile del termine.
Quando Rossini definisce oratorio sia Ciro in Babilonia che Mosè in Egitto, quando dice che il soggetto della Donna del lago è un po’ romantico ma […] d’effetto, quando esulta per il successo della Pietra del paragone che è musica scientifica e nello stesso tempo di grandissimo effetto, non parla certo a vanvera, anche se la sua formazione e la sua cultura non sono assolutamente quelle di un letterato (a proposito, le sgrammaticature sono tante che sarebbe opportuno conoscere la media dei carteggi d’allora, per evitare di avvilire troppo il buon Gioachino).
Inoltre quella del Barbiere di Siviglia è una musica spontanea e imitativa all’eccesso, cioè sempre attenta alla parola e all’intreccio, e Otello è un’opera classica, cioè serissima, tragica, degna del teatro recitato. Sono espressioni interessanti anche queste, di per sé e per il lessico del periodo, perché oltretutto il Barbiere di Siviglia si presenta invece come partitura molto elaborata e più tardi l’autore avrebbe negato all’arte della musica ogni facoltà imitativa. Ma non è possibile che le lettere alla madre, vivaci e simpatiche e sempre rispettose (con il voi), non parlino anche di contratti e di compensi, di fiaschi e di trionfi, di castrare e manducamus, della mortadella di Bologna e dei mostacciuoli di Napoli, di qualche fiamma d’amore più o meno resistente.
Passione resistente doveva essere Isabella Colbran, grande primadonna e futura moglie, ed effimera passioncella una certa Schiccia bolognese: ma attenzione, schiccia non è né un nome né un cognome, come s’è immaginato, bensì un aggettivo che significa col naso piccolo e all’insù: più o meno camuso, e funziona semplicemente come un soprannome affettuoso. Del resto, Petite camusette non era una deliziosa chanson fiamminga musicata fra gli altri da Ockeghem e Després?
Dal 3 gennaio 1831 al 28 dicembre 1835, ecco il lasso di tempo, anzi di vita che raccoglie il IV volume dell’epistolario-documentario rossiniano (2016): sono i primi anni della nullafacenza operistica in quel di Parigi, dopo il Guillaume Tell del 1829; e del gran daffare economico, vien da dire, visto che la maggioranza delle lettere chiama in causa il padre Giuseppe che se ne sta a Bologna e si deve sorbire i capricci e le spese della nuora (il cui appannaggio a un certo punto passa di botto da scudi 20 a scudi 100); e però anche Gioachino, cui papà dà del lei, è un bel tirchio e ben antipatico, a esigere e anche contestare i conti come se trattasse con un estraneo.