Gioachino letterato

Sullo straordinario monte-lettere lasciato dal fecondissimo maestro Rossini

di Piero Mioli

Firmano altre lettere Olympe Pélissier (la compagna e poi seconda moglie del maestro, verso la quale il curatore sembra troppo benevolo), l’impresario Barbaja (ancora più sgrammatico di Rossi sr.), collaboratori, amici, artisti, gentiluomini. Impressionante lo spirito di Maria Malibran, spagnola nata a Parigi che apostrofa il maestro in napoletano, con un Nè compà[re], e poi chiede Mò ce venimmo a magnà; né? E utilissimo quel breve tentativo di memoriale, Abozzo o sia Vera Vita senza Menzogne / Di Gioacchino Rossini Pesarese che l’ammirato genitore buttò giù nel marzo del 1833: è il n. 1178 di un malloppo che va dal 1015 al 1392. Piuttosto selettiva la bibliografia.

Fra le pubblicazioni precedenti o estranee a tanta integralità, dopo la benvenuta raccolta di Giuseppe Mazzatinti che a cavallo fra Otto e Novecento s’era meritata tre edizioni, G. Rossini. Lettere agli amici (1993) è opera che ha avuto modo di farsi conoscere anche mediante una mostra di successo, intervenendo ad arricchire considerevolmente le testimonianze dirette sulla vita di un compositore brillante che fu anche un uomo fragile, sopraffatto dalla sua fama, quasi impietrito da un’attività frenetica come quella della sua giovinezza. La raccolta Piancastelli, donata a Forlì dal suo artefice dott. Carlo (mecenate di Fusignano [Ravenna] scomparso nel 1938 a 71 anni), comprende fra l’altro 61 lettere al tenore Ivanov, 44 lettere al direttore Costa e 26 lettere al clarinettista Liverani che lasciano trapelare echi di usi e costumi altrimenti difficili da intendere. Come quando, il 14 febbraio 1840, Rossini scrive al maestro Pietro Romani e dopo un esordio fin troppo scherzoso (ditemi se siete al mondo) non solo raccomanda il suo pupillo Nicola Ivanov, ma chiede assistenza per cucire [e] scucir pezzi, ovvero per manipolare, adattare, ammodernare qualcosa nell’ambito fatidico della musica scritta che non poteva non riguardare anche il melodramma.

Con Rossini, scrisse lettere anche la sua prima moglie, Isabella Colbran; e anche queste sono parse degne di esser divulgate, peraltro in un contesto di piena attendibilità. Isabella Colbran. Isabella Rossini di Sergio Ragni (Varese, Zecchini, 2012) consta di due volumi per oltre 1300 pagine. Il primo volume è lo spaziato racconto della vita della primadonna spagnola vissuta dal 1784 (la data giusta, finalmente) al 1845 e il secondo la stampa o ristampa di 44 documenti d’archivio, 107 lettere, 39 stralci critici, innumerevoli recensioni di spettacoli e altro.

Trattando materia spesso fuori repertorio, l’autore si sente in dovere di fornire notizie e osservazioni non tutte riferite alla protagonista, e fa benissimo: ne esce l’ampio spaccato di un classico mondo fatto di Crescentini e Mayr, di un’opera come Cora e una cantata come Il re di Roma, di tenori e contralti quasi misteriosi (soprani? Girolama Dardanelli fu l’unica collega amica sul serio). Rossini, certo, e come e quanto: ma l’assunto primo di una ricerca durata decenni era dimostrare, carte alla mano, che la prima moglie di Gioachino era somma artista anche di per sé, anche prima della fatale Elisabetta regina d’Inghilterra che propiziò l’incontro. Dopo l’ultima Semiramide (che non fu un fiasco, ma se non andò bene fu per una serie di malattie a loro volta causa di tagli a loro volta causa di proteste pubbliche), appena sposati, i due vissero agiatamente per un po’, non per molto: prodiga lei, avaro lui, anche per questo la convivenza durò poco e lui rivolse le sue poco sentimentali attenzioni all’altrettanto ricca, avara, bella e nient’affatto ineccepibile Olympe Pélissier.

Che il patrimonio personale, infatti, non se l’era guadagnato studiando e lavorando come la Colbran, grandissima vocalista, interprete, attrice, nata per esser Medea, Desdemona e Armida, giammai Fiorilla o Cenerentola, e nelle Nozze di Figaro non la cameriera ma la signora contessa. Se poi non ci fosse di mezzo una decina d’anni, verrebbe da pensare che sarebbe stata lei la Norma ideale: più in voce della Pasta e più nobile della Malibran, primadonna seria dal plastico volume e dal raggiante colore sopranile dotata di una perfetta tecnica d’emissione e agilità. Quasi ogni pagina del primo volume comprende anche un’immagine, ritratti, frontespizi, teatri e così via: e così lo spaccato si raddoppia.


Immagine nella pagina:
Gioachino Rossini giovane
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Maggio 2018 (Numero 28)

Caricature de Rossini par Gill, 1864 (Bibliothèque du Conservatoire royal de Bruxelles)

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