I mercati più fiorenti in Italia erano Livorno, Trapani, Palermo e Messina, nel Maghreb Algeri, Tunisi e Tripoli. Dal punto di vista strettamente sociale, è rilevante notare il continuo scambio di uomini, donne e bambini fra le due sponde. Le persone catturate erano considerate proprietà dello stato o di chi le aveva catturate e diventavano oggetto di vendita e acquisto (
poor miserable objects, scrive nel suo diario Eliza Bradley, catturata insieme al marito nel 1818, sulla tratta Liverpool-Tenerife). Le condizioni e il trattamento a cui sono sottoposti gli schiavi moderni varia da un padrone all’altro.
In genere, sono più tutelati rispetto all’antichità, poiché rappresentano una forza lavoro e una merce preziosa. Fra nord e sud, si nota una differenza rilevante. Per i musulmani, i cristiani catturati sono soprattutto utili per i riscatti; hanno quindi un valore pecuniario che va preservato. Per i cristiani gli schiavi musulmani rappresentano una forza lavoro e il riscatto a fini di lucro è meno praticato.

Gli schiavi erano alloggiati nei cosiddetti
bagni se appartenevano allo stato, altrimenti vivevano in casa dei privati. A Livorno esisteva l’unico bagno in terra cristiana, poiché in genere alloggiavano direttamente nelle galere. Nel Maghreb erano numerosi. Nella sola Tunisi, che pure contava meno schiavi di Algeri, in un certo periodo si arrivò a tredici bagni.
All’interno di queste strutture era consentita l’assistenza religiosa da una parte e dall’altra. I sacerdoti cattolici potevano celebrare messe e svolgere tutte le pratiche del culto. Altrettanto avveniva nelle città di Genova, Civitavecchia e Livorno che concedevano locali per il culto musulmano. È falsa la credenza che i musulmani esercitassero pressioni per indurre i cristiani alla conversione. Spesso, soprattutto dopo la metà del Seicento, avveniva il contrario: si cercava di scoraggiarla; e altrettanto avveniva nel mondo cristiano.
Ciò non esclude che alcuni si convertissero, da una parte e dall’altra, o per interesse di carriera (la possibilità, ad esempio, di diventare
raìs in una galera) o per vera convinzione. Fra i rinnegati, vi sono alcuni esempi illustri, come il calabrese Uluj Ali, Osta Morat, di Levanto, chiamato il
turco genovese, Mami Ferrarese, di chiara origine, Mami Raìs, di origine greca, o il messinese Scipione Cicala che diventa Yusuf Sinan Baxà. Fra i cristiani, si contano alcuni santi di pelle nera, fra cui San Benedetto il Moro, nato in Sicilia da schiavi africani e copatrono di Palermo con Santa Rosalia.
Una possibilità offerta a tutti gli schiavi, a nord come a sud, ai privati come ai pubblici, era quella di svolgere per parte della giornata un’attività per proprio conto, impegnandosi però a corrispondere al padrone un tanto al giorno. Così c’era chi riprendeva la propria attività, come il sarto bolognese Pietro Balduccelli, chi gestiva spacci di caffè e tabacco, come i musulmani a Genova, Civitavecchia o i cristiani ad Algeri e Tunisi.
In questo modo riuscivano ad accumulare un gruzzoletto per riscattarsi. E spesso dopo il riscatto continuavano a vivere nel luogo della schiavitù, poiché l’unica vera sofferenza che avevano patito in quei luoghi era stata la nostalgia per la propria terra.
Il 20 aprile 1816, lasciai Tunisi. Arrivai al mio paese di Mutignano il 28 maggio in buona salute, grazie a Dio. Undici mesi dopo partivo per Tunisi, dove arrivai il 21 giugno 1817, racconta il teramano Gaetano Miglianico, catturato bambino nel 1803 e cresciuto nella casa del ministro della marina.
Immagine nella pagina: Otto Pilny, The Slave Market, 1910 (particolare)