L'erede

Prima parte

di Giuseppe Bergivaldi ed Emilio Salgari

Prima parte


RIFLESSIONI

Era una magnifica notte d’agosto del 1878, una vera notte tropicale. L’aria era tiepida, dolce, elastica, imbalsamata dal soave profumo salmastro del mare. La luna, quell’astro delle notti serene, splendeva in un cielo senza nubi, proiettando la pallida sua luce d’un azzurro trasparente, d’una infinita dolcezza, sopra le oscure e misteriose foreste e riflettendosi con un vago tremolio sui flutti dell’ampio mare della Malesia.

Tigre (Miniatura 446x674 px)Oltre al timoniere assiso a poppa con una mano sulla barra del timone, una persona sola veglia sul ponte del prahos: è un uomo di circa sessant’anni di statura alta, ancora slanciata malgrado un po’ di pinguedine gli arrotondi i fianchi, dalla muscolatura potente, dai lineamenti ancora energici, maschi, fieri e d’una bellezza strana, il suo corpo è una fitta ragnatela di cicatrici ma resta la magnifica macchina da guerra di un tempo. Lunghi capelli, leggermente argentati sulle tempie, gli cadono sugli omeri, una barba quasi totalmente bianca, che rivela ancora a tratti il colore d’un tempo, gli incornicia il volto leggermente abbronzato.

Ha la fronte ampia che negli anni si è ulteriormente estesa, ombreggiata da due stupende sopracciglia dall’ardita arcata, una bocca piccola che mostra dei denti acuminati come quelli delle fiere e scintillanti come perle; due occhi nerissimi, d’un fulgore che affascina, che brucia, che fa chinare qualsiasi altro sguardo. Sandokan, però, non è più l’uomo di una volta, le sue furie di sangue si sono ormai calmate e non lotta che con coloro che lo assalgono. Da più di cinque anni Momprecem è tornata nelle sue mani, il trono di Muluder, il regno dei suoi avi, era stato riconquistato e l’assassinio della sua famiglia vendicato. L’usurpatore, il rajah bianco, era morto con tutti i suoi figli. Gli inglesi e gli olandesi, che aveva combattuto duramente come illeciti conquistatori di quella parte di mondo, avevano consolidato il loro potere e lo lasciavano relativamente in pace. La sua flotta si compone di decine di prahos stupendamente armati con le artiglierie più moderne e i forzieri disseminati sulle sue navi ammiraglie e nel suo covo sono zeppi di braccialetti d’oro, di orecchini, di anelli, di medaglioni, di preziosi arredi sacri, di perle di Ceylon, di smeraldi, di rubini e di diamanti. Il suo tesoro comprendeva quadri dovuti sicuramente a celebri pennelli, tappeti di Persia sfolgoranti d’oro, mobili d’ebano intarsiati di madreperla e argento e ricchissime cristallerie. Quello che lo tormenta è la mancanza di un successore, un figlio che possa ereditare il suo regno. Yanez, il fratellino compagno di mille battaglie, la Tigre bianca, il flemmatico portoghese era da anni diventato il principe consorte della rhani dell’Assam e il suo primogenito sarebbe diventato rajah del suo regno.

Lui, dopo la disperata fuga dal suo paese perduto, assetato di vendetta, aveva devastato le coste del sultanato, assalito legni olandesi e inglesi, non accordando quartiere né tregua. Era diventato il terrore dei mari, la terribile Tigre della Malesia. E non c’era stato tempo né posto per una famiglia vera, se non quella dei suoi fedelissimi tigrotti. La travolgente storia d’amore con Marianna, l’anglo-napoletanina Perla di Labuan, era stata il coronamento dei suoi trent’anni, il giro di boa della sua vita. Da allora il suo essere si era arricchito della possibilità di amare, sopito per tanti anni dalla sete di vendetta. Purtroppo il cholera gli aveva strappato anzitempo la donna per cui aveva rinunciato a tutto. La bella olandese presentatagli da Yanez non era stata più di una cara amica.
Fra la sua ciurma c’erano dei coraggiosi e feroci combattenti, ma solo in grado di eseguire ordini: la leggenda della Tigre della Malesia era destinata a finire con lui. Quando questi pensieri gli affollavano la mente, il che gli accadeva spesso nella solitudine della notte, Sandokan rivolgeva lo sguardo al cielo per rimirare la volta stellata. Là trovava le stelle, le amiche di sempre, le fedeli guide notturne e le costellazioni che durante le interminabili navigazioni aveva imparato a conoscere con tutto il loro carico di miti orientali e li comparava con quelli occidentali che aveva appreso dal suo fratellino portoghese. In quel momento Cassiopea era alla destra della Stella Polare, in quella sorta di doppia vu, con gli occhi della mente, vedeva la bella regina adagiata sul suo scranno, alla sua destra in basso la costellazione di Andromeda, sotto ancora quella di Perseo e ancora sulla destra la costellazione di Pegaso, il cavallo alato che aveva trasportato i due amanti in fuga dall’antro della Medusa. Quella storia gli era particolarmente cara perché gli ricordava il rapimento della sua Marianna dal crudele zio che, pur di non concederle di fuggire con lui, l’avrebbe uccisa.
- Come sono contorti questi bianchi - pensava - con tanti uccelli disponibili proprio un cavallo con le ali dovevano inventarsi. Nella loro mitologia Sri Krishna, l’incarnazione di Visnù, volava sul dorso di Garuda, un uccello mitico ma pur sempre un uccello.

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Maggio 2012 (Numero 20)

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