Dalla prima lettera di Orsini a Napoleone III
Dalle prigioni di Mazas, 11 Febbraio 1858
Sire,
Le deposizioni che ho fatto contro me stesso nel processo politico per l’attentato del 14 gennaio sono sufficienti per mandarmi alla morte ed io la subirò senza domandarvene grazia, tanto perché non mi umilierò giammai dinanzi a chi uccise la libertà nascente della mia infelice patria, quanto perché sino a che questa è nella servitù la morte è per me un bene.
Pressoché alla fine dei miei giorni, voglio nullameno fare gli ultimi sforzi per vedere di giovare all’Italia, la cui indipendenza mi fece sino ad oggi disprezzare ogni sorta di pericoli e fu l’oggetto costante di tutte le mie passioni. (…)
Per attuale assetto politico dell’Europa sta oggi in poter vostro di fare l’Italia indipendente o di tenerla schiava dell’Austria e di ogni specie di stranieri. Intendo io forse con questo che il sangue dei francesi sia sparso per gli italiani? No: (…) essi chiedono che la Francia non intervenga nelle future e forse imminenti lotte dell’Italia contro l’Austria. (…) dalla Vostra volontà dipendono il benessere o la infelicità della mia patria, e la vita e la morte di una nazione a cui l’Europa va debitrice in gran parte della sua civiltà. (…)
Rammenti la M. V. I. che gli italiani (e tra questi il mio padre stesso) accorsero a versare il sangue per Napoleone il Grande dovunque a questi piacque di condurli: rammenti che gli furono fedeli sino al suo cadere; rammenti che sino a che l’Italia non sia fatta indipendente, la tranquillità dell’Europa e della M. V. I. è un puro sogno. (…)
F. Orsini
Dall’ultima lettera di Orsini a Napoleone III
Prigione della Roquette, 11 Marzo 1858
Sire,
(…) Fra poche ore io non sarò più: però prima di dare l’ultimo respiro vitale, voglio che si sappia, e il dichiaro con quella franchezza e coraggio che sino ad oggi non ebbi mai smentiti, che l’assassinio sotto qualunque veste e’ s’ammanti non entra nei miei principi, abbenché per un fatale errore mentale io mi sia lasciato condurre ad organizzare l’attentato del 14 gennaio. (…)
E i miei compatrioti anziché riporre fidanza nel sistema dell’assassinio lungi da loro il rigettino, e sappiano per voce stessa di un patriota che muore, che la redenzione loro deve conquistarsi coll’abnegazione di loro stessi, colla costante unità di sforzi e di sacrifici, e coll’esercizio della virtù verace: doti che già germogliano nella parte giovane e attiva de’ miei connazionali, doti che sole varranno a fare l’Italia libera, indipendente e degna di quelle glorie onde i nostri avi la illustrarono.
Muoio, ma mentre il faccio con calma e dignità, voglio che la mia memoria non rimanga macchiata da alcun misfatto.
Quanto alle vittime del 14 gennaio, offro il mio sangue in sacrificio, e prego gli italiani che fatti un dì indipendenti diano un degno compenso a tutti coloro che ne soffrirono danno.
Permetta da ultimo la M. V. I. che le dimandi grazia della vita, non già per me, ma sibbene pei due complici che furono meco condannati a morte.
Col più profondo rispetto sono
Di V. M. I.
Felice Orsini