Il rugby sport nato romantico

di Pierpaolo Franzoni

I Dragoni gallesi cantano un inno del 1856: …la terra dei nostri padri…antica terra di montagne, paradiso dei bardi...
Gli highlander scozzesi, mentre cantano Flower of Scotland, ricordano una battaglia da loro vinta contro Edoardo II d’Inghilterra e, in uno slancio di antica-modernità che ripercorre una tragica storia sociale e politica, gli irlandesi, questa volta uniti senza distinzione, cantano una canzone abbastanza recente: Ireland call, …dalle quattro orgogliose province d’Irlanda insieme e spalla a spalla risponderemo alla chiamata della nostra terra
Miracolo pacificatore del rugby.

E i tempi lunghi dei tempi andati si possono riconoscere nella tradizione del terzo tempo, dove i giocatori delle due squadre, assieme ai tifosi e a chi ha permesso lo svolgimento della partita, festeggiano con un banchetto e una bevuta offerti dalla squadra ospitante, in un clima di cordialità che stempera la tensione dell’incontro e rafforza la conoscenza e i legami del popolo del rugby.
Torniamo al 1858, l’anno di fondazione del Blackheat, club di un paese nelle vicinanze di Londra, dove gli allievi anziani della scuola locale fondarono la prima squadra di football-rugby. Anche se si dice che la storia cominciasse molto prima, nel 1823, con il simpatico William Webb Ellis, studente della Scuola Pubblica della cittadina di Rugby, di cui si narra che raccogliesse con le mani il pallone durante una partita di football e corresse verso la porta avversaria, con un gesto trasgressivo come uno sberleffo liberatorio alle regole tanto da diventare leggenda.

Questo aneddoto, che tutti raccontano, e che non ha neppure una certezza storica, ha contribuito però alla mitizzazione di questo sport; per la sua diversità guascona e un po’ altezzosa, ma soprattutto perché nato nell’ambiente dei college, fu quindi praticato agli inizi dai soli rampolli della classe medio-alta, quelli destinati a diventare poi gentleman, e che dei gentleman porteranno con sé lo stile nel pretendere che il rugby fosse sport educativo perché portatore di valori positivi, quegli stessi valori che il giocatore esprimerà nella vita quotidiana. Il rugby diventerà quindi gioco ideale di squadra poiché l’organizzazione, i ruoli, le gerarchie esaltano il bene e l’efficacia del gruppo rispetto al divismo del solista, e dove c'è posto per tutti perché di ognuno vi è bisogno, indipendentemente dalla struttura corporea. Servono infatti le magre e veloci ali per correre alla meta e i robusti piloni per la mischia.
In realtà in quegli anni - e fino oltre la seconda metà dell’Ottocento - il gioco che si faceva con il pallone era molto diverso da quello che noi conosciamo come calcio: era una accozzaglia di giovanotti, di un numero non ben definito, che si contendevano confusamente una palla con pedate e risse anche violente - risse che potevano estendersi agli spettatori - con poche e variabili regole che cambiavano anche di college in college.
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Aprile-Settembre 2006 (Numero 4)

Gran Ballo dell'Unità d'Italia, Barbara Gadani, tecnica mista, 2006

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