C’era una volta... a Quarto

di Andrea Olmo


Già, garibaldino: dopo di lui, nessuno più avrebbe ricordato la Spedizione di Sicilia. Tutte le fatiche, i dolori, le piccole e grandi vittorie, le sconfitte e le delusioni. Sarebbe diventata solo una pagina di Storia. Importante, celebrata, esaltata. Ma solamente una pagina di Storia. Sarebbe diventata come un romanzo, appunto. Come un film. Scosse la testa con tristezza.

Erano mille e ottantanove. Una piccola armata scalcinata, raccogliticcia, raffazzonata, riunitasi solo per seguire un ideale. L’Ideale folle, sublime, vago, esaltante di fare l’Italia. Di farla monarchica o repubblicana, unitaria o federale, liberale o radicale. Ma comunque di farla forte e libera da tiranni e da stranieri. Tiranni e stranieri che poi, spesso, sono la stessa cosa.

Garibaldini a mentana (Miniatura 219x61 px)

C’era di tutto un po’ in quel pugno di valorosi: signori, come il bolognese Paolo Bovi Campeggi, e poveracci, come il mendicante pistoiese Pietro Beccarelli. Veterani di mille battaglie, come Giuseppe Missori, e gente che non aveva mai sparato neanche con una fionda, come il ferrarese Mansueto Minardi. Religiosi cattolici, come il calabrese Don Ferdinando Bianchi, ed ebrei, come il padovano Abramo Isacco Alpron.

Dopo lo scioglimento dell’Esercito Meridionale garibaldino, ognuno aveva preso la propria strada. Di alcuni, tutti gli italiani conoscevano il destino. C’era chi aveva fatto una grande carriera, magari gettando alle ortiche gli ideali garibaldini, come il Primo Ministro Francesco Crispi ed il Generale Oreste Baratieri, entrambi pensionati dalla catastrofe di Adua. E c’era chi aveva tentato di far carriera, ma con ben scarsi risultati, come Giuseppe Sirtori, mediocre Generale ed ancor più mediocre Deputato.

Alcuni erano divenuti scrittori di successo, tra cui Giulio Cesare Abba, custode ufficiale de facto delle memorie garibaldine, e il povero Ippolito Nievo che, purtroppo, il successo non lo aveva potuto assaporare. Chissà quali altri capolavori avrebbe potuto scrivere, se non fosse morto nel disgraziato naufragio del piroscafo Ercole…
C’era chi era morto continuando a seguire Garibaldi, come Enrico Cairoli a Villa Glori, e chi, dopo aver provato a seguire una carriera istituzionale ed una vita borghese, non aveva resistito al richiamo della vita avventurosa e vagabonda, come Nino Bixio, morto in un punto imprecisato della lontana Indonesia.


Immagine nella pagina:
I garibaldini a Mentana, 3 novembre 1867 (particolare), Museo civico del Risorgimento di Bologna

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Luglio 2020 (n° 30)

Composizione di divise garibaldine del Museo civico del Risorgimento di Bologna su sfondo di bandiera patriottica del 1848

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