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Scienze e TecnologiaLa carrozzina di Garibaldi

l’eroe dei due mondi fu un disabile

di Samuele Graziani

Carozzina Garibaldi (Miniatura 219x232 px) Garibaldi fu ferito, fu ferito ad una gamba, Garibaldi che comanda, che comanda il battaglion!

Tutti, da bambini prima e ai nostri bambini poi, abbiamo cantato questa famosa filastrocca. Ed effettivamente chi l’ha scritta ha centrato un avvenimento fondamentale per il Risorgimento Italiano.

La ferita inflitta a Garibaldi da Luigi Ferrari, bersagliere che aveva ricevuto l’ordine di sparare e che deliberatamente abbassò il fucile colpendolo alla gamba, fermò il Generale nella sua avanzata verso Roma e fu determinante nello svolgersi degli eventi successivi. E della nostra storia, così come poi si è svolta. Ma in questo breve trattato non intendiamo seguire il percorso dei Mille, bensì quella famosa ferita.

La storia ci presenta Garibaldi come eroe dei due mondi. La sua vita avventurosa si studia sin da scuola. Sappiamo che nasce a Nizza. Che incontra Mazzini e si iscrive alla Giovine Italia. Che va a combattere in Brasile. Che sposa Anita. Magari non sappiamo che Montevideo è la capitale dell’Uruguay, perché siamo un po’ ignoranti in geografia, però sappiamo che combatte in Uruguay e vive a Montevideo. Che torna in Italia e nel ‘49 è a combattere per la Repubblica Romana. Che fugge e in Romagna perde Anita. E Ugo Bassi. Che torna in America. Che ritorna in Italia. Poi c’è la fantastica impresa dei Mille e l’Unità d’Italia. Poi la Terza Guerra d’Indipendenza. Insomma: un eroe, un (il) Generale, un condottiero, un patriota, un combattente. Ma se vogliamo, anche: un amante appassionato, un massone, un anticlericale convinto, uno scrittore di romanzi e poesie.
Raramente però pensiamo a lui come ad un disabile. Eppure, negli ultimi anni della sua vita riuscì ad essere anche questo. Con grande dignità.

I postumi della ferita d’Aspromonte, e soprattutto l’artrite reumatoide, provarono progressivamente Garibaldi nel fisico, sino a ridurlo all’infermità: trascorse gli ultimi anni della sua vita su una sedia a rotelle. La casa bianca, edificio in cui la sua famiglia viveva in quei dell’isola di Caprera, oggi visitabile in quanto parte del Compendio Garibaldino, testimonia visibilmente questo aspetto forse meno conosciuto del Generale. La casa è disposta su un unico piano, sono otto stanze comunicanti tra di loro con un percorso pressoché obbligatorio. Oggi il museo si percorre in senso orario, ma lo stesso Garibaldi poteva solamente scegliere, al più, di girare in senso antiorario per andare da un ambiente ad un altro. Le porte sono larghe, non ci sono gradini o dislivelli: è fatta a misura di carrozzina. E le sedie a rotelle sono in mostra, quelle originali. E non ce n’è una sola, ce ne sono svariate. E altrettante stampelle e tanti altri di quelli che oggi si chiamerebbero ausili. Bellissima è, per fare un esempio, la poltrona in pelle con schienale reclinabile che funge da scrittoio, leggio e portalume, donatagli nel 1877 dalla Regina Margherita durante una visita. Ma di forte impatto è anche il letto ortopedico, attrezzato anch’esso con schienale sollevabile e scrittoio.
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