Ma questi erano i Mille famosi ed importanti, gli Eroi con la E maiuscola. Egisto, però, ricordava anche gli altri, tutti gli altri. Anche quelli sconosciuti, che non avevano lasciato tracce, se non labili, nei libri di Storia. Amici, compagni d’arme: rivedeva i loro volti e risentiva le loro voci nitidamente, come se fossero sbarcati a Marsala appena ieri.
A cominciare da coloro che non erano tornati a casa: il bergamasco Luigi Terzi, ad esempio, medaglia d’argento al valor militare, o l’ungherese Lajos Tukory, entrambi caduti a Palermo. O Pilade Tagliapietra, morto in Calabria, o il veneto Antonio Santelmo, deceduto sul Volturno. O il mulatto angolano Emanuele Berio, detto il Moro. E poi i primi caduti, quelli di Calatafimi, tra cui il corso Desiderato Pietri ed il giovane Gaspare Tibelli, bergamasco, morto giusto il giorno del suo diciottesimo compleanno. Accanto a lui era stato ucciso anche il portaordini Luigi Adolfo Biffi, di appena tredici anni: un bambino!
Eppure, nonostante la verde età, il piccolo Luigi non era stato il più giovane dei Mille. Il primato spettava, infatti, a Giuseppe Bepin Marchetti, di Chioggia, imbarcatosi ad appena undici anni insieme a suo padre Luigi. Faceva sorridere vedere il piccolo Bepin accanto al sessantanovenne genovese Tommaso Parodi, il più anziano della Spedizione. Per strani scherzi del destino, il Parodi era campato in perfetta salute fino a novantanove anni, mentre il povero Giuseppe era deceduto appena ventottenne, nel 1877, consumato dalla tisi.
Sivelli ricordava con affetto anche il suo caro amico trevigiano Edoardo Herter. Edoardo si era imbarcato a Quarto subito dopo aver conseguito la Laurea in Medicina a Pavia: si poteva quasi dire che avesse fatto pratica sulle ferite dei Mille! Alla fine della Spedizione era tornato a Pavia deluso ed amareggiato, vuoi per il trattamento subito dai garibaldini, vuoi per non aver potuto rientrare nella natia Treviso, ancora in mano austriaca. Un altro medico garibaldino, Felice Raj, di Soresina, gli aveva proposto di andare con lui a fare pratica all’Ospedale Ca’ Granda di Milano ma, dopo aver vissuto l’esaltante epopea dei Mille, l’Italia, forse, stava ormai stretta ad Edoardo. E così, il trevigiano era partito per la Fine del Mondo, andando a stabilirsi a Tapalqué, uno sperduto villaggio della Patagonia dove mancavano i medici e dove era morto nel 1889, amato e rispettato da tutti gli abitanti del luogo.
Immagine nella pagina:
R. Legat, Battaglia di Calatafimi, 1860, Museo del Risorgimento di Milano