C’era una volta... a Quarto

di Andrea Olmo

Erano tanti i Mille che avevano lasciato l’Italia in cerca di fortuna, di gloria o semplicemente di lavoro. Chi per l’America, come il contadino svizzero Karl Wagner, morto a Pittsburgh, chi per il Brasile, l’Australia, l’Egitto. Chi per non si sa dove: il veneziano Antonio Scordilli, infatti, era letteralmente scomparso nel nulla, dopo essersi imbarcato ad Ancona con tutta la famiglia.

Chi per andare a combattere per le cause più diverse: il reggiano Eugenio Ravà aveva partecipato alla Guerra Civile Americana, battendosi nelle file dell’Esercito Nordista contro l’odiosa istituzione della schiavitù. Pare che avesse militato, addirittura, nello staff del Generale Grant, presentato da una lettera di raccomandazione di Garibaldi. Tornato in Europa, aveva seguito ancora l’Eroe dei Due Mondi nella Campagna dei Vosgi del 1870, stabilendosi quindi a Parma dove era deceduto nel 1901. C’era, poi, il gruppo di bergamaschi che si era unito agli insorti polacchi del 1863. Il loro comandante, Francesco Nullo, era morto alla battaglia di Krzykawka, mentre altri, come Febo Arcangeli e Giuseppe Ambrogio Giupponi, erano stati catturati dai russi ed avevano subito una dura prigionia nella gelida Siberia. Luigi Testa, invece, era sfuggito per miracolo agli zaristi, riuscendo a tornare in Italia dopo una rocambolesca fuga. Erano così i Mille, gente avventurosa, gente impulsiva. E gente bizzarra, anche!

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Bizzarra come il piemontese Bartolomeo Marchelli, in arte Bazàara, prestigiatore e giocoliere che, nel 1897 alla bella età di 63 anni, era finito sul giornale per aver salvato una fascinosa bagnante che stava affogando nel mare di Santa Margherita Ligure; o come il bergamasco Giuseppe Copler, di professione mugnaio e burattinaio girovago, forse il più strambo di tutti. Dopo lo scioglimento dell’Esercito Meridionale, Copler si era ritrovato con il non indifferente problema di non sapere come ritornare a casa: ferrovie, nel Sud Italia, non ce n’erano ed il piroscafo per Genova costava troppo. Così, aveva deciso di rientrare a Bergamo… a piedi! Ci aveva messo ben quattro anni, guadagnandosi da vivere con i suoi spettacoli di burattini, il cui pezzo forte erano, manco a dirlo, le imprese di Garibaldi e dei suoi Mille, ma alla fine ce l’aveva fatta. Aveva, quindi, ripreso a fare il mugnaio ed era morto nel 1879.

Purtroppo tra i Mille non mancavano le mele marce, primo fra tutti Antonio Castellazzi. Ricercato per furto nel Veneto austriaco, era fuggito in Lombardia dove era subito finito nel mirino dei Regi Carabinieri. Arruolatosi nei Mille per sfuggire alla Giustizia, dopo la fine dell’avventura garibaldina aveva ricominciato con la sua vita scellerata. Pare addirittura che, nel 1863, si fosse recato in Sardegna con la nobile scusa di andare a visitare Garibaldi ma, anche lì, si era fatto acciuffare con le mani nelle tasche di alcuni malcapitati. Alla fine era spirato nel 1878, dopo una vita passata entrando ed uscendo dalle patrie galere. Per uno dei Mille che si era cacciato nei guai con le sue mani, ce n’erano tanti andati incontro a tristi destini non per loro colpa.


Immagini nella pagina:
Giuseppe Bandi, Carlo Torri-Tarelli, Eugenio Ravà, Rainero Taddei, Raffaele Piccoli

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Luglio 2020 (n° 30)

Composizione di divise garibaldine del Museo civico del Risorgimento di Bologna su sfondo di bandiera patriottica del 1848

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