L'erede

Prima parte

di Giuseppe Bergivaldi ed Emilio Salgari

L’ARREMBAGGIO

Un chiarore latteo cominciava a diffondersi verso oriente; la stella Venere, apparsa luminosissima in quel cielo terso come di cristallo, splendeva superbamente. Il sole non era ancora sorto completamente che dall’alto dell’albero maestro s’udì una voce a gridare:
- Ehi! Guardate sottovento!
- Ragno di Mare - disse Sandokan, rivolgendosi all’uomo rimasto in osservazione sull’albero - che cosa vedi?
- Una vela, Tigre.
- È una giunca?
- È la vela di una giunca, non m’inganno.
Passò mezz’ora durante la quale guadagnarono cinque nodi, poi la voce del Ragno di Mare si fece ancora udire.
- Capitano è una giunca!

Stendardo (Miniatura 230x741 px)Era uno di quei pesanti vascelli che si chiamano giunche, un mercantile proveniente dai porti della China, di forme tozze e pesanti. Con le vele formate di vimini intrecciati, sfuggita chissà per quale miracolo agli attacchi dei pirati bornesi, s’avanzava dondolandosi comicamente, mentre l’equipaggio piuttosto numeroso strillava a piena gola. Appena scortosi della presenza di quel legno sospetto, contro il quale non poteva lottare in velocità, si era fermato. Di repente una detonazione echeggiò a bordo della giunca, ed una palla di piccolo calibro passò, con un acuto fischio, attraverso le vele. Una viva impazienza cominciava a invadere l’equipaggio del praho; gli uomini salivano e scendevano gli attrezzi imprecando, tormentavano le batterie dei fucili, facevano lampeggiare le lucenti lame dei loro avvelenati kriss e delle scimitarre.
- Nessun odio mi spinge contro gli uomini del Celeste Impero - mormorò Sandokan, corrugando la fronte - ma se questi insistono… a Mompracem, ora che gli inglesi mi lasciano tranquillo, cominciavo ad annoiarmi mortalmente.

Ad un suo cenno il fido artigliere Patan, d’un balzo, fu sul cannone di prua, mentre gli altri puntavano la spingarda ed armavano le carabine. Sandokan sentiva di ritornare, in quel momento, la formidabile Tigre della Malesia dalle leggendarie imprese.
- Ora, Patan, rasami come un pontone quella nave!
Il legno corsaro cominciò la sua infernale musica, scagliando palle, granate e nembi di mitraglia contro il povero legno, spaccandogli l’albero di trinchetto, sfondandogli le murate e le costole, recidendogli le manovre e uccidendogli i marinai che si difendevano disperatamente a colpi di fucile.
- Barra sottovento! - gridò allora Sandokan, che aveva impugnato la scimitarra. Il suo legno abbordò il mercantile sotto l’anca di babordo, e vi rimase attaccato, essendo stati lanciati i grappini d’abbordaggio.
- All’assalto! - tuonò la Tigre della Malesia.

Si scagliò innanzi come un toro ferito, si aggrappò alla bocca di un cannone, si issò sul ponte della giunca e si precipitò fra i combattenti con quella pazza temerità che tutti ammiravano. L’intero equipaggio della giunca si gittò addosso a lui per contrastargli il passo.
- A me, tigrotti! - gridò egli, abbattendo due uomini col rovescio della scimitarra. Dieci o dodici pirati, arrampicandosi come scimmie su per gli attrezzi e saltando le murate, si slanciarono in coperta. Un urlo terribile echeggiò per l’aria:
- Viva la Tigre della Malesia!
I pirati gettarono le carabine, impugnando le scimitarre, le scuri, le mazze, i kriss e dettero rapidamente l’abbordaggio aggrappandosi alle murate, ai paterazzi e alle griselle. Alcuni si slanciarono sulla cima degli alberi del praho, corsero come scimmie lungo i pennoni e piombarono sull’attrezzatura della giunca, lasciandosi scivolare in coperta. In meno che non si dica i difensori, sopraffatti dal numero, caddero a prua, a poppa, sul cassero e sul castello.
- Arrendetevi! - gridò la Tigre ai marinai della giunca. I sette od otto uomini che ancora sopravvivevano, vedendo tutta la tolda invasa dai pirati, gettarono le armi.
- Chi è il capitano? - chiese Sandokan.
- Io - rispose un cinese, facendosi innanzi tremando.
- Tu sei un prode, ed i tuoi uomini sono degni di te - disse Sandokan. Poi si strappò dal collo una fila di diamanti del valore di tre o quattrocentomila lire e, porgendola al capitano della giunca, disse:
- Prendi mio valoroso. Mi rincresce di averti malmenato la giunca che tu hai così ben difesa, ma potrai con questi diamanti comperartene dieci nuove.
Prima che il capitano e i suoi marinai potessero riaversi dal loro sbalordimento e dal loro terrore, una voce giunse dal castello di poppa che i pirati stavano perlustrando:
- Venite, capitano! - Sandokan si precipitò nella cabina dove lo attendeva una sorpresa: una giovane donna giaceva legata in un sudicio giaciglio.

...continua
Fine.
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Maggio 2012 (Numero 20)

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