La comunità scientifica nazionale ha dibattuto l’argomento per tre secoli, senza arrivare ad una soluzione, dal 1522 quando venne arginato lungo tutto il suo corso e immesso nel Po di Ferrara, sino all’inizio del 1800. Ci furono veri e propri dibattiti scientifici lungo tutto il Seicento e tutto il Settecento, con commissioni per le osservazioni, rilievi, incarichi papali, misurazioni, ispezioni, scritture e trattati. Il progresso scientifico fu grande, basti dire che grazie agli studi conseguenti a questa diatriba fu istituita la prima cattedra di idrometria all’Università di Bologna, siamo nel 1694.
Bisogna onestamente dire questo: la diatriba non era gretto campanilismo politico, era effettivamente rilevante. A seguito di piene particolarmente significative, ad esempio 1714, 1731, 1738, il fiume rompeva gli argini da una qualche parte e si scavava un nuovo alveo. Il quale veniva progressivamente e nuovamente arginato, quindi un misto di accadimenti naturali e di interventi umani. Però inondazioni devastanti e deviazioni di percorso corrispondevano a impaludamento di aree e perdita di terreni. Oltre al problema delle rotte di navigazione che, ricordiamoci, erano il punto chiave dei trasporti. Insomma, per trecento anni le ragioni scientifiche si accavallavano a quelle politiche e non si arrivava ad una soluzione. La bibliografia è interessante ed estesa, ci sono interi volumi che narrano la travagliata storia di questo fiume. Fino al 1805, quando lui, Napoleone Bonaparte, arriva a Bologna, incontra la commissione idrica istituita da Antonio Aldini che lo convince, e il 25 giugno 1805 sottoscrive il decreto che ordina l’immissione del Reno nel Po Grande attraverso la costruzione di un canale in linea retta lungo circa dieci miglia.
I lavori iniziano, ma pochi anni dopo, nel 1814, Napoleone cade… e i lavori si fermano. E basta, non se ne fa più niente per oltre un secolo. Proseguiranno intanto i lavori di bonifica della pianura ma senza arrivare ad una soluzione della questione Reno. Fino alle disastrose esondazioni del 1949 e 1951 che faranno riprendere in mano ai tecnici (e ai politici) i progetti napoleonici e finalmente portare a compimento il canale che prende nome di Cavo Napoleonico. È il 1966! Sono 18 km pressoché orizzontali, che possono al bisogno far defluire il Reno verso il Po o anche il Po verso il Reno. È utilizzato raramente, ma funziona sia da scolmatore che da cassa di portata ed è fondamentale per garantire la sicurezza idrica di tutta la zona.
Ed ecco che passando da Napoleone siamo arrivati alla parola essenziale per questa nostra trattazione, canale: un passaggio scavato artificialmente per farvi scorrere l’acqua, destinata a scopi industriali o alla navigazione.
Immagine nella pagina:
Scavando il Cavo Napoleonico, fotografia del 1953