Il confine fra spettacolo circense e sport non era netto come oggi: accanto ad amazzoni e cavallerizzi impegnati in corse e dressage, numeri equestri di cui non è facile ricostruire l’effettivo svolgimento, danzatrici, equilibristi ed acrobati, troviamo anche incontri di pugilato. D’altro canto, proprio dalla seconda metà del secolo il circo si allontanò definitivamente dal teatro tradizionale, a cui gli ippodrammi e le pantomime circensi si erano, almeno in parte, fino a quel momento conformati; le compagnie ancora a lungo rimasero legate alla tournée di tipo tradizionale, ma le strutture e gli impresari delle arene iniziavano già ad adeguarsi ad esigenze differenti.
I prezzi si ridussero notevolmente, grazie alla possibilità di sfruttare la luce diurna: gli spettacoli iniziavano intorno alle 17 nei giorni feriali ed alle 15 la domenica, variando anche in base alla stagione. Oltre che alla luce, così, si adattavano gli orari ad un pubblico di lavoratori che fino a quel momento non aveva avuto la possibilità di avvicinarsi al teatro.
Questo cambiamento si manifestò anche negli edifici stessi: nelle arene, gli spazi modificati fra scuderie e foyer permettevano un maggiore contatto fra artisti e spettatori. Fu anche questo a favorire quello che pareva un diffuso corteggiamento da parte degli uomini del pubblico per le cavallerizze, che mostravano nei loro esercizi quella che probabilmente era considerata un’insolita combinazione di grazia ed eleganza da un lato, ma anche audacia e prestanza dall’altro. Far la corte alle cavallerizze diventa uno sport a sé, scrive Roberto De Ritis nella Storia del circo.
Una sorta di intermezzo leggero era l’esibizione del clown. Figura nata dalle maschere della commedia dell’arte italiana, fu rivisitata soprattutto in Inghilterra, in due filoni principali emergenti dalle maschere di Arlecchino e di Pierrot. Alessandro Cervellati, in Storia del clown, ricorda alcuni canovacci di pantomime relative alle esibizioni del clown-Arlecchino, sceneggiature comiche nelle quali emergeva chiaramente un tipo di comicità che ancora ricalcava i copioni dei burattini, con fraintendimenti e conclusioni in zuffe e bastonate.
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Jean Gontard