Tale figura non fu ben canonizzata fino a quasi metà del secolo; solo nel 1840 Gontard, un grottesco buffone francese, fu definito per primo clown, dopo un viaggio in Inghilterra che lo allontanò dagli artisti delle fiere francesi. Nelle riviste della prima metà del secolo ancora venivano identificati come clown tutti i personaggi che avessero il volto dipinto, soprattutto se di bianco, perciò alcuni erano mimi, altri erano più musicisti o acrobati che clown.
Si ricordano, quindi, anche numeri d’equilibrio come quelli di James Clement Boswell (1826-1859), che faceva i propri esercizi a testa in giù su una pertica, con animali ammaestrati intorno a lui. Inoltre, il mutismo, a cui oggi solitamente colleghiamo il clown, non era una caratteristica fondante di questa figura; erano gettonate, al contrario, anche le parodie di sceneggiature drammatiche, come l’Amleto, fatte da un clown parlatore. L’aspetto parodistico, in effetti, è sempre stato il centro delle esibizioni clownistiche, a partire dall’abbigliamento: in principio era la caricatura di abiti vecchi e fuori moda, ma aderenti, per permettere le acrobazie, e lunghi o corti in base al numero che si doveva portare in scena.
Scopo del loro lavoro era il divertimento del pubblico ed intorno a ciò nacquero voci e storie, quasi piccoli miti, che Cervellati ricorda nel libro già citato: uno di essi riguarda il clown Joseph Grimaldi, il cui medico, come cura dell’ipocondria, suggerì di andare a vedere uno spettacolo del Grimaldi stesso! Per quanto storie analoghe riferite ad altri clown facciano propendere per l’irrealtà di tali episodi, esse ben rappresentano l’ammirazione e il senso di evasione che il circo, ed alcune figure in particolare, suscitavano nel pubblico.
Immagine nella pagina:
Joseph Grimaldi